I giovani sostenitori dei sovranismi

L’accordo ormai siglato da M5S e Lega per la formazione di quello che loro definiscono “Governo del cambiamento”, al di là della suggestione che questa formula possiede, reca numerosi interrogativi. Gli interventi del Quirinale di questi giorni manifestano timori condivisibili. Dove saranno reperite le ingentissime risorse economiche necessarie a dar vita alle riforme promesse: cancellazione della Legge Fornero e introduzione del cosiddetto reddito di cittadinanza. Quali provvedimenti saranno assunti per realizzare quello che si prospetta come un imponente rimpatrio di massa di migliaia di persone in fuga da guerra e povertà estreme. Ma soprattutto, la domanda che più mi preoccupa, cosa sarà di quell’Europa che ci ha visti fin dall’immediato dopoguerra, con i Trattati di Roma, e in epoca più recente con il Trattato di Lisbona, fra i più entusiasti fautori del sogno dell’unità europea. Unità europea in cui doveva risiedere la garanzia per le nuove generazioni, che mai più l’Europa sarebbe stata protagonista di quelle politiche imperialiste, che avevano condotto all’«inutile strage» di ben due guerre mondiali.
Sovranismi sono le mentite spoglie dietro le quali oggi si cela quello che un tempo si definiva nazionalismo. Turba constatare che sovranisti oggi appaiono, per molta parte, le nuove generazioni, che con il loro voto hanno dato un contributo decisivo per portare al governo Salvini e Di Maio. E Salvini e Di Maio, con i loro giovani volti e tutta la loro inesperienza politica, rappresentano nella dialettica fra le generazioni, padri e figli, un capovolgimento di valori, di prospettive, di convinzioni, che dovrebbe farci riflettere e inquietare.
Nel 1929 veniva pubblicato in Germania un romanzo destinato a diventare uno dei più importanti della letteratura europea: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Nel 1929 la Germania non è ancora nelle mani di Hitler e sta provando con qualche successo a risollevarsi. Tuttavia ci sono già tutte le condizioni che condurranno il Paese al disastro. Le sanzioni economiche imposte dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale hanno ridotto il Paese alla fame: la Germania salderà definitivamente il suo debito di 132 miliardi di marchi oro, poi ridotti a 3 miliardi, solo nel 2010! Ma il ’29 è l’anno del venerdì nero di Wall Street: gli effetti internazionali della drammatica crisi economica e l’instabilità politica generata dal risultato delle elezioni tedesche dell’anno successivo, che non consegnerà una maggioranza al Paese, condurranno la Germania alla catastrofe. In questo scenario Erich Maria Remark firma il suo capolavoro: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. L’eco in patria e all’estero è notevole. Pochi mesi e dal romanzo sarà tratto “All’ovest niente di nuovo”, pellicola cult che nel 1930 conquisterà due Oscar come miglior film e miglior regia. E nel 1979 il remake “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Pochi anni prima di quel 1929, un’altra pellicola, “Metropolis” di Fritz Lang, aveva dato voce alle inquietudini che attraversavano in quel momento la società tedesca. La condanna delle ingiustizie sociali, la necessità di un rinnovato patto di collaborazione fra le classi sociali, il timore per la fine, che già s’intuiva, della fragile Repubblica di Weimar. Remarque fa un passo ulteriore: in un’epoca in cui il pacifismo è un valore limitato a pochi ambienti, Remarque dà voce col suo romanzo a una sferzante invettiva contro la guerra. Tuttavia nella vicenda malinconica degli studenti incitati all’arruolamento dai propri insegnanti, e mandati a morire nelle trincee del fronte occidentale, vi è molto altro. Vi è una denuncia verso quella cultura tradizionale dei padri che aveva sacrificato tutta una generazione nelle trincee della Prima guerra mondiale. “Niente di nuovo sul fronte occidentale” supera i confini tedeschi e disegna una visione nuova del mondo, in cui le nuove generazioni si ribellano per un mondo più giusto, per la pace. In quel momento, tuttavia, nonostante il successo del romanzo, Remarque appare voce solitaria. Siamo ben lontani dal ’68, dalla Contestazione, dagli intellettuali della Scuola di Francoforte. Siamo vicini a una nuova, più devastante guerra, e ancora non lo sappiamo. Vent’anni dopo l’Europa troverà la forza di risollevarsi dal disastro della Seconda guerra mondiale, dalle macerie dei bombardamenti, dall’orrore della Shoah in un rinnovato patto fra le generazioni, fra padri e figli, che vede finalmente nel rifiuto, almeno ideale, della guerra e nel sogno dell’Europa unita i suoi cardini. Inquieta scoprire come oggi, nel nostro Paese, la prospettiva che aveva condotto al sogno dell’Europa unita appaia ribaltata in una corsa verso i sovranismi, i nuovi nazionalismi, e nel rifiuto dell’unità europea, e che questa corsa abbia appunto fra molta parte delle nuove generazioni sostenitori entusiasti. L’unico precedente in Italia risale al 1922: il rifiuto, oggi, dei partiti tradizionali e della cultura nata dalla Liberazione, ricorda il giudizio sprezzante con cui il Futurismo italiano, allora, rigettava le ideologie, i partiti politici, la cultura dei padri; e le nuove generazioni, i giovani sopravvissuti al massacro della Grande guerra, erano pronti ad animare la Marcia su Roma e a consegnare il Paese alla dittatura.

Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.
Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi fosse contento che la fine fosse giunta a quel modo.

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale

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