Moro, “il meno implicato di tutti”

E’ strano: ho il ricordo preciso, distinto, del mattino che rapirono Moro; ma ho un ricordo solo confuso del giorno in cui lo trovarono rannicchiato in quella Renault 4, in via Caetani.
Il 16 marzo del ’78 è una mattina di sole, a Desenzano si respira la primavera. Ricordo l’aula alle Scuole Medie “Valerio Catullo”, la luce che entra dalle finestre e inonda i banchi. L’insegnante di Lettere, la professoressa Gabriella, tarda a entrare in classe, poi entra trafelata, tesa, e ci dà la notizia. Ho questa immagine fissa nella memoria e il discorso che ci fece. Hanno rapito Moro… L’Italia ha bisogno che la gente si parli… Dobbiamo dialogare… Basta con questa violenza… E’ possibile continuare così, ragazzi…? Chiedeva a noi, e noi ascoltavamo attenti. Parlammo durante tutta quell’ora, ma eravamo ancora bambini. Io avevo 11 anni e a 11 anni, nel ’78, si è ancora bambini. Nel pomeriggio, dopo i compiti, giochiamo a “guardie e ladri”, ma stavolta non ci sono le guardie e non ci sono i ladri, ci sono la Polizia e le BR.
E poi venne quel 9 maggio. In coda al telegiornale delle 13:30 la notizia del ritrovamento di un cadavere in un’auto, nel centro di Roma. Non dicono chi è, la mamma commenta subito: “ù trovaru”, l’hanno trovato. Il telegiornale termina, e poco dopo ecco l’Edizione straordinaria. Non ricordo altro, se non i funerali di stato alla televisione, qualche giorno dopo, funerali senza la vittima, senza i familiari. Sono trascorsi quasi due mesi dal rapimento, dall’eccidio della scorta, ma è cambiato tutto, anche per me è cambiato tutto: è un giorno di pioggia, è sabato, e per seguire i funerali alla televisione non vado al catechismo, niente giochi stavolta, niente “guardie e ladri”. Per settimane in famiglia si parlò di Moro. E anche dopo, quando andammo dai nonni al mare, in Calabria, Moro spuntava sempre nei discorsi dei grandi.
Claudio Magris due mesi fa sul Corriere, in occasione dei 40 anni dall’agguato di via Fani, s’è voluto soffermare sul sacrificio tragico della scorta di Aldo Moro, a ribadire, ancora una volta, che mai lo Stato avrebbe potuto avviare trattative con le BR per salvare lo statista. E’ quello che ho pensato anch’io per molti anni. Fino a quando, una ventina d’anni fa, nel mio studio e nella mia ricerca personale, non ho incontrato un ispirato insegnante di filosofia di Brescia, il professor Giammancheri, che mi ha fatto conoscere il Personalismo. E mi si è aperto un mondo. E da allora non conosco altra politica, altro modo di far politica, che non ponga la persona al centro. Non lo Stato e il suo idealismo, a qualsiasi corrente storica appartenga; non la politica delle ideologie, tanto care ai partiti di un tempo e a quegli altri che ancora vi si attardano; e nemmeno quelle astrazioni che ci sono tanto care – l’uguaglianza, la libertà – e che finiscono per farci smarrire, per farci dimenticare che il fine invece sono sempre le persone – persone uguali, persone libere. Non il mondo delle idee dunque, ma le persone. E le persone sono fatte di carne, ossa, sangue, hanno gambe e braccia, hanno un cuore, una mente, hanno una loro storia, sono titolari di diritti e di doveri, possiedono una loro affettività.
Moro poteva essere salvato? Non lo so. Nessuno può dirlo. Ma sono certo che pochissimo venne fatto in quei due mesi per salvarlo. E sono certo che quello che avvenne veramente in quei due mesi, non è stato ancora svelato, nemmeno dall’ultima Commissione d’inchiesta parlamentare, che più di tutte forse s’è avvicinata alla verità e per la cui relazione finale anch’io ho votato a favore. Eppure se pongo la persona al centro, tutto quadra: il cordoglio per le vittime, la condanna senza attenuanti dei terroristi, la possibilità di una trattativa vera per salvare Moro, che non avrebbe ipotecato la lotta successiva e senza tregua al terrorismo. Dove sta scritto che salvare Moro avrebbe compromesso il successo nella lotta alle BR?
Moro, “il meno implicato di tutti” scrive Pasolini nelle sue “Lettere luterane”, quando parla della “scomparsa delle lucciole” (Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Garzanti): “il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal ’69 a oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere”. E Sciascia in quel terribile 1978, pochi mesi dopo via Fani e via Caetani, gli fa eco nel suo “L’affaire Moro” (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi). Moro il meno implicato di tutti, Moro che si attardava nel Palazzo, “in quelle stanze vuote già sgomberate”, giacché il Potere sedeva ormai altrove. E dunque, forse, ha proprio ragione Marco Damilano nel suo recente “Un atomo di verità” (Marco Damilano, Un atomo di verità, Feltrinelli): ché dopo Aldo Moro è finita la politica in Italia. Dopo Moro, Berlinguer, Pertini e pochi altri ancora, aggiungo io.
Quella Prima Repubblica che con i suoi guasti, le sue profonde ingiustizie, i suoi misteri oscuri e nauseabondi, lo sperpero infinito di denaro pubblico e l’alternanza bloccata dalla stagione eterna di Yalta, quella Prima Repubblica che giustamente abbiamo condannato e archiviato vent’anni fa, possedeva tuttavia radici forti nell’antifascismo. Come una pianta forte tenace, dotata di radici robuste, capace di crescere pure nelle peggiori avversità, pure in terreno di discarica. E statisti alti come Moro, Berlinguer, Pertini, e tanti altri erano espressione di quella stagione. E mai come oggi sentiamo tutto lo smarrimento per l’assenza di quegli uomini e di quelle donne, mentre il Paese si avvita vittima dei peggiori populismi e il futuro della “democrazia materiale” si fa incerto.

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