La Cassazione sbaglia

Quando Gramsci scrisse che il fascismo è un crimine, non faceva solo un’ovvia constatazione storica, non faceva semplicemente riferimento ai tanti crimini commessi dal fascismo del suo tempo ai danni di politici, intellettuali, imprenditori, cittadini a lui contemporanei, Matteotti, Rosselli… Il fascismo non è semplicemente un’ideologia paragonabile a tante altre, solo più violenta di tante altre. Non è semplicemente un’ideologia che adopera metodi violenti, aggressioni, arrivando talora ad uccidere. No, è molto di più. Quando durante la Guerra di Spagna i legionari cantavano “Io sono il fidanzato della morte”, non era solo per culto dell’eroismo. Inneggiavano a un’ideologia, il fascismo, che pretenderebbe di fissare la storia in un eterno presente: l’unica ideologia che non mira al futuro, all’avvenire, come al raggiungimento di un traguardo di prosperità, di benessere per tutti, ma che pretende di fotografare la storia in un eterno presente dove, cancellata la stagione dei diritti che la Rivoluzione francese aveva inaugurato, consegna le sorti individuali e di tutta una nazione a un’idea, l’idea incarnata da un uomo. Io sono il fidanzato della morte perché “me ne frego” del mio domani, “me ne frego” della vita stessa, e la mia vita acquista valore solo nel sacrificio per questa idea. Il destino di tutta una nazione, come eterno presente, tutto nelle mani di un uomo. Ecco perché il fascismo è un’ideologia antistorica, un’ideologia che fa della morte la propria bandiera, i teschi sui baveri delle giacche militari, un’ideologia contraria alla vita stessa, un crimine per usare le parole di Gramsci. Ed ecco perché la Corte di Cassazione sbaglia, non comprendendo, clamorosamente, lo “specifico negativo” del fascismo, il fascismo appunto come crimine: i simboli, i saluti che rimandano a una simile ideologia vanno vietati.