Legge di riconoscimento dei “domini collettivi”. Dichiarazione di voto in Aula

Grazie, Presidente.
Il tema dei domini collettivi, al cui riconoscimento oggi è chiamata la Camera, ci proietta in un tempo arcaico, quando gli Istituti giuridici di derivazione romanistica della proprietà pubblica e della proprietà privata, non avevano ancora assunto una fisionomia compiuta. I domini collettivi, o per meglio dire quegli usi locali denominati in modi differenti, che permettevano talora l’accesso alla terra, la sua fruizione, con una disciplina locale atta ad evitare i conflitti fra famiglie, clan, comunità locali, sopravvivono fino ai nostri giorni, attraversando tutta l’Età classica, e poi il Medioevo e l’Età moderna. La crisi stessa dell’Impero romano, il Medioevo paiono anzi conferire nuova forza all’Istituto dei domini collettivi: invasioni, pestilenze, povertà, carestie furono tutte circostanze storiche, a cui le comunità locali reagirono, facendo ricorso costante anche con Regolamenti e Statuti, a quegli usi locali che permettevano l’accesso alla terra e la sua piena fruizione, a quanti non erano titolari del diritto di proprietà. L’evoluzione dei domini collettivi permette a un certo punto l’accesso alla terra alla ristretta comunità locale, evitando i conflitti interni ad essa, escludendo nel contempo dalla fruizione della terra, quanti non appartenevano a quel villaggio, a quella civitas. In questo senso i domini collettivi, lungo la Penisola, cooperarono anche alla nascita e allo sviluppo delle comunità cittadine.
Questo, Presidente, è un breve inquadramento storico necessario a comprendere come i domini collettivi riescono a sopravvivere ai cambiamenti della Storia e a giungere fino ai nostri giorni. Ma anche a comprendere come i domini collettivi sono in realtà istituti molto eterogenei, con denominazioni molteplici e scopi e modalità di fruizione svariati, Istituti che hanno subito molte trasformazioni, prima di arrivare fino a noi. Oggi la Camera è appunto chiamata al loro riconoscimento approvando in via definitiva un progetto di legge che ha il primo merito di riconoscerli, ma anche di riordinarli conferendo una veste giuridica omogenea. L’orizzonte normativo in cui viene pensata questa disciplina fa esplicito riferimento ai Principi fondamentali della Costituzione. All’articolo 2 che riconosce le formazioni sociali dove i singoli realizzano la propria personalità. E all’articolo 9 che assegna alla Repubblica la tutela del paesaggio. Dunque, in questa visione, l’esercizio dei domini collettivi permetterà a singoli, associazioni, Enti, di realizzare la rispettiva personalità e di tutelare il paesaggio. E poi fa esplicito riferimento all’articolo 42 che riconosce, ma anche condiziona l’esercizio della proprietà alla sua funzione sociale. E infine all’articolo 43 che pone nei fini di utilità generale e nel preminente interesse generale le condizioni che permettono l’espropriazione, salvo indennizzo, a favore dello Stato, di enti pubblici o di comunità di lavoratori o di utenti, di determinate imprese o categorie di imprese. Questa è la prospettiva entro cui viene oggi definita la disciplina dei domini collettivi, come “diritti dei cittadini di uso e gestione dei beni di collettivo godimento, preesistenti allo Stato italiano”. Il progetto di legge correttamente detta l’inalienabilità, l’indivisibilità, l’inusucapibilità, la destinazione agro-silvo-pastorale perpetua delle terre soggette a dominio collettivo, e il loro vincolo paesaggistico.
Signor Presidente, faremmo un cattivo servizio al Paese se pensassimo che i domini collettivi, possano mutare radicalmente l’assetto produttivo del comparto agricolo. O possano essere un istituto alternativo alla proprietà pubblica e alla proprietà privata. Non è questo, evidentemente, lo scopo dei domini collettivi. Può essere istruttivo, in questo senso, ricordare nell’Inghilterra del XVIII secolo l’approvazione delle leggi che imponevano la recinzione dei terreni agricoli. Ne vennero danneggiati soprattutto quanti, senza essere titolari di diritti di proprietà, beneficiavano dell’accesso a terreni comuni e a terreni privati, anche in forza dei domini collettivi, e che perdendo così una fonte di sussistenza primaria a seguito delle recinzioni, a seguito della preclusione dell’accesso ai terreni, abbandonarono le campagne, alimentarono il processo di urbanizzazione e la mano d’opera per la Prima rivoluzione industriale allora agli albori. Il risultato, per così dire paradossale, fu il ridimensionamento radicale dei domini collettivi, il crollo della mano d’opera agricola, ma nello stesso tempo l’incremento esponenziale della produttività agricola con l’introduzione di nuove, moderne tecniche di coltivazione.
I domini collettivi che oggi approviamo, come dicevo, non muteranno forse il comparto agricolo, non possono nemmeno essere intesi come uno strumento necessariamente atto allo sviluppo della produttività del comparto agricolo. Tuttavia quando questa disciplina entrerà a regime, con la collaborazione indispensabile delle Regioni, delle comunità locali, delle associazioni sensibili alla difesa del paesaggio, i domini collettivi potranno permettere, questo si, una tutela più efficace del territorio, delle risorse idriche, la difesa dei boschi e dei pascoli, la valorizzazione delle aree montane, oggi spesso soggette ad abbandono. E guardando a questo scopo, alla tutela del territorio, che attende ancora una più ampia valorizzazione, un più efficace intervento legislativo, che il Gruppo di Articolo 1 voterà convintamente a favore di questo provvedimento.