Caporetto, cento anni dopo: la testimonianza dell’orrore della guerra

Uno dei momenti più alti di questa difficile XVII Legislatura fu quando la Camera approvò la Legge per la riabilitazione dei soldati italiani che vennero sottoposti a decimazione e fucilazione durante la Prima guerra mondiale: la Legge Scanu. Della pratica vergognosa delle decimazioni ci rimangono le sequenze drammatiche di “Uomini contro”, il film di Francesco Rosi, liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. E un’altra breve sequenza di “Novecento” di Bertolucci. E rimangono soprattutto le testimonianze, i ricordi di centinaia di famiglie italiane che persero familiari, congiunti in queste drammatiche circostanze e che oggi, a distanza di tanto tempo, ancora attendono una loro riabilitazione.
All’epoca dell’approvazione della Legge alla Camera, non facevo ancora parte della Commissione difesa, volli tuttavia essere ugualmente presente alla discussione generale del provvedimento. La Legge, una volta approvata, venne trasmessa al Senato, dove dopo esser stata stravolta, tuttora giace fra le leggi che probabilmente non vedranno mai la luce. Se questa Legge fosse stata approvata in via definitiva, questo anniversario, i cento anni dalla ritirata di Caporetto, avrebbe assunto un altro significato.
Cento anni fa, la notte del 24 ottobre del 1917, aveva inizio la più disastrosa sconfitta subita dall’esercito italiano dall’Unità d’Italia ad oggi: la ritirata di Caporetto. Una guerra che fino ad allora era stata prevalentemente guerra di posizione, soprattutto sul fronte italiano, con trincee che si fronteggiavano immobili, e inutili e sanguinosi attacchi di fanteria, diventava improvvisamente scenario di nuove, moderne tattiche d’assalto. Quelle stesse tattiche che, ancora più evolute, ventitré anni dopo avrebbero permesso ai tedeschi la conquista di Parigi e la capitolazione della Francia. Quella notte, la notte di Caporetto, lo sfondamento principale del fronte fu nella valle dell’Isonzo. In sole due settimane il fronte arretrò di centinaia di chilometri, con l’estrema difesa del Paese affidata al Piave, e il Monte Grappa e l’altipiano di Asiago a far da cerniera col resto di quell’interminabile linea del fronte, che si allungava fino al Tonale e a Bormio. Un ulteriore sfondamento sul Piave si sarebbe tradotto certamente nell’uscita dell’Italia dal conflitto. La crisi istituzionale che ne sarebbe derivata, avrebbe forse accelerato l’avvento del fascismo. L’offensiva non era inattesa: le forze alleate, le stesse forze d’intelligence, avevano avvisato i comandi italiani dell’imponente spostamento di truppe in corso dal fronte orientale, dove la Rivoluzione d’ottobre e la caduta del Governo Kerenskij avrebbero portato all’uscita definitiva della Russia dal conflitto. Gli stessi corpi speciali che compivano incursioni oltre le linee nemiche, avevano puntualmente annotato e trasmesso ai comandi i preparativi dell’offensiva. Le forze italiane dunque non vennero colte di sorpresa dall’offensiva, ma dalle sue modalità fino ad allora sconosciute.
Caporetto fu una tragedia nazionale: la guerra non era più una cosa lontana, narrata dai corrispondenti e testimoniata dai lutti che colpivano ora questa ora quella famiglia. Improvvisamente il fronte s’era spostato a pochi chilometri da casa, pochi chilometri da Venezia, da Treviso, Vicenza, Verona: la guerra era in casa.
Caporetto fu una tragedia per i civili che per sfuggire all’occupazione tedesca, furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Un milione di civili tentò la fuga nelle drammatiche ore che seguirono lo sfondamento del fronte, ma solo un terzo di loro riuscì a mettersi in salvo: vennero ospitati lungo la penisola come profughi. Gli altri, quelli che non ce la fecero, subirono il saccheggio, la fame, le malattie, la mortalità infantile, fino alla fine del conflitto.
Ma Caporetto fu una tragedia soprattutto per i soldati in rotta, truppe allo sbando, senza più ordini, senza più comandi, con l’incubo delle forze nemiche che sbucavano da ogni lato. Di quelle ore concitate e tragiche Ernest Hemingway ci ha lasciato in “Addio alle armi”, forse una delle pagine più intense, col racconto degli ufficiali arrestati in fuga, lontano dai reparti che avrebbero dovuto comandare.

Guardai quello che gli ufficiali stavano interrogando adesso. Era il piccolo tenente colonnello grigio e grasso che avevano preso nella colonna. Quelli che interrogavano avevano tutta l’efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari a loro. «Che brigata?» Gliela disse. «Reggimento?» Glielo disse. «Perché non sei col tuo reggimento?» Glielo disse. «Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?» Lo sapeva. Fu tutto. Parlò un altro ufficiale. «Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.» «La prego di scusarmi» disse il tenente colonnello. «È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.» «Si è mai trovato in una ritirata?» chiese il tenente colonnello. «L’Italia non dovrebbe mai ritirarsi.» Eravamo lì in piedi nella pioggia ad aspettare. Eravamo di fronte agli ufficiali e il prigioniero era davanti a noi leggermente spostato da un lato. «Se intendete fucilarmi» disse il tenente colonnello «per favore fucilatemi subito senz’altre domande. È stupido fare domande.» Si fece il segno della croce. Gli ufficiali parlarono tra loro. Uno scrisse qualcosa su un notes. «Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.» Due carabinieri condussero il tenente colonnello verso la riva del fiume. Camminava nella pioggia, vecchio, a capo scoperto, con un carabiniere per parte. Non vidi la fucilazione ma udii gli spari.

Se fino ad allora la storia dei fucilati della Prima guerra mondiale, fucilati di solito in via sommaria, senza un processo, senza un giudizio, era stata soprattutto storia di poveri, storia di analfabeti mandati a morire al fronte da Comandi inadeguati e ottusi, storia d’ingiustizie sociali, storia di prevaricazioni di classe, è soprattutto da quel momento, da quelle ore drammatiche della ritirata di Caporetto, che la storia dei fucilati della Prima guerra mondiale travalica le ingiustizie sociali, supera le differenze di classe, e mette a nudo tutta l’umanità, la dignità che accomuna davanti all’orrore della guerra ogni essere umano, qualsiasi sia la sua estrazione sociale. Tuttavia a distanza di cento anni da quegli eventi, non siamo ancora riusciti a fare nostro questo insegnamento, se quella Legge giace ancora al Senato, affossata, senza speranza d’essere approvata nel suo testo originario. Caporetto, prima di qualsiasi altra considerazione, ci ammonisce sull’orrore della guerra, sulla sua assurdità, e sul diritto di vivere che ha ogni essere vivente, innanzi al quale qualsiasi idea di patria e di difesa dei confini nazionali passa in secondo piano: diritto di vivere, diritto di godere della bellezza indescrivibile della vita.