La mia relazione al 24th Annual Law and Religion Symposium, “Religion and Religious Freedom in a Changing World”

“A tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”: permettetemi di iniziare con la Dichiarazione d’indipendenza americana. Come omaggio a Voi che ci ospitate.
Sono orgoglioso di questo invito e Vi porto il saluto dell’Italia e del Parlamento italiano. Il “diritto al perseguimento della felicità”, dunque: è una dichiarazione che mi ha sempre colpito, e nonostante sia oggetto di critica da parte del mondo giuridico, per la sua indeterminatezza, a me piace ricordarla qui, all’inizio di questo mio intervento. E’ possibile che mi sbagli, tuttavia a me pare che il Diritto di tradizione romanistica, non abbia una dichiarazione paragonabile a questa. Sicuramente non è reperibile nella legislazione italiana. Noi non siamo stati capaci di riconoscere questo principio: a tutti gli uomini va riconosciuto il diritto al perseguimento della felicità.
Non voglio fare demagogia, questo è anche il Paese di Selma, il Paese in cui per la conquista dei diritti civili da parte di moltissimi americani, sono state necessarie lunghe e dolorose battaglie. E altre battaglie probabilmente attendono. Ma pensate quanto differente sarebbe stata la storia dell’Europa, la storia del mio Paese, l’Italia, se questo obiettivo in passato fosse stato realmente ricercato dalla sua storia, dai suoi governanti.
Venendo al tema del Simposio, credo sia nota la situazione italiana, il cui ordinamento fa ancora riferimento ai cosiddetti “culti ammessi”, concetto che ancora dobbiamo al legislatore fascista. E questo accomuna le comunità non-cattoliche storiche, presenti in Italia da molto tempo, alle comunità nuove, che sono sorte in questi ultimi anni grazie soprattutto al fenomeno migratorio. La libertà religiosa trova posto nella Carta di Lisbona, con cui è nata l’Unione europea. E all’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, che riconosce e tutela “la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.

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Il primo problema in Italia è dunque di natura giuridica: il Legislatore che ha redatto la Costituzione repubblicana nel 1948, dopo la guerra, dopo il ritorno della democrazia in Italia, non ha superato l’impostazione preesistente che distingueva fra religione di stato, la religione cattolica, e i cosiddetti culti ammessi, cioè le altre comunità diverse dalla cattolica, che invece devono ottenere una personalità giuridica dallo Stato e possono aspirare ad avere un riconoscimento e una disciplina dei loro rapporti con lo Stato, solo grazie alla sottoscrizione di contratti di diritto pubblico definiti “intese”. L’articolo 8 della Costituzione italiana al primo comma sancisce si, che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. E tuttavia lo stesso articolo poi prosegue: “Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”. Quindi, come vedete, siamo ancora alla distinzione fra religione cattolica e culti ammessi. Per giunta tutto questo segue l’articolo 7 della Costituzione, che fa riferimento esplicito ai Patti Lateranensi del 1929, con cui lo Stato italiano – siamo ancora sotto il fascismo – aveva regolato i rapporti con la Chiesa cattolica. Dunque quell’articolo 8, col suo enunciato di libertà, pare alla fine una sorta di premio di consolazione per le Confessioni differenti dalla Chiesa cattolica. La Costituzione repubblicana di fatto non privava la Chiesa cattolica della propria natura di Chiesa di Stato, che venne superata definitivamente solo nel 1984 con la revisione del Concordato fra Chiesa e Stato. Dunque oggi abbiamo in Italia la Chiesa Cattolica che non è più religione di stato, ma che continua a vantare una posizione di privilegio rispetto a tutte le altre Confessioni, che semmai possono vantare lo status di culto ammesso, laddove sia stato riconosciuto dallo Stato.
Quando noi parliamo di diritti, parliamo di cose molto concrete. Parliamo di un luogo dove i cittadini possano riunirsi ed esercitare liberamente il culto. Parliamo dei rapporti patrimoniali delle Chiese e delle Comunità religiose. Dell’insegnamento della religione. Della libertà nell’insegnamento teologico. Dell’assistenza religiosa urata ai detenuti. Parliamo di problemi legati alla quotidianità, l’educazione dei figli, il lavoro… Sono tutte cose estremamente concrete. Davanti a tutto questo lo strumento delle “intese” non rappresenta solo un’ingiustizia, andando a perpetuare una disparità di trattamento fra la Chiesa cattolica e le altre confessioni, si rivela in realtà uno strumento ormai inadeguato in rapporto all’evoluzione che anche in Italia sta subendo il fenomeno religioso. Fino a ieri il fenomeno religioso nella società italiana pareva indirizzato verso un più o meno sereno processo di secolarizzazione. Oggi vi è una tendenza opposta, una tendenza che l’ingresso di nuove culture e nuove religioni nel nostro Paese, ha accelerato enormemente: il fenomeno religioso sta vivendo una nuova primavera, non è più fenomeno marginale, in via d’estinzione. Sono le sue forme di espressione a essere mutate: assistiamo ormai alla trasformazione del fenomeno religioso da una dimensione sociale, pubblica, a una dimensione privata. Si tratta di una tendenza che era stata ampiamente prevista. Pensiamo agli scritti di Ulrick Beck ; a Charles Taylor ; Thomas Luckmann ; Peter Berger ; l’italiano Stefano Allievi : la religione non più come fatto sociale, ma come fatto privato.
Il fenomeno migratorio ha, per suo conto, contribuito a tutto questo, con la nascita di piccole comunità, prevalentemente evangeliche, slegate dal contesto sociale, slegate dalle Chiese storiche protestanti presenti invece da secoli in Italia. E anche in questo senso lo strumento delle “intese” risulta del tutto inadeguato, anacronistico. In questi casi lo Stato con chi farebbe le intese? E dal punto di vista delle comunità: come faccio a ottenere il riconoscimento da parte dello Stato italiano, quando sono una piccola comunità, magari costituita prevalentemente da immigrati, con pochi fondi, senza un patrimonio, con membri di chiesa che cambiano in continuazione – ne arrivano di nuovi, si spostano di città in città, altri se ne vanno perché trovano lavoro altrove… –
La necessità di una nuova legge che regoli in Italia tutta quanta questa complessa materia, è cosa ormai assodata, chiara a tutti. Eppure stiamo inseguendo questo obiettivo da molto tempo e finora non siamo riusciti a raggiungerlo. In passato ci sono state tante resistenze. Questa legislatura che sta per concludersi, è stata travagliata, poiché le elezioni del 2013 non portarono a una Maggioranza certa in Parlamento. Insieme ad alcuni colleghi abbiamo lavorato fin dall’inizio per trovare una soluzione. Io stesso ho incontrato più volte i rappresentanti della confessione Valdese di cui faccio parte. Ho organizzato convegni, ho promosso incontri. Al di fuori del Parlamento ha lavorato la “Commissione Astrid” che ha elaborato una compiuta proposta di legge. Infine proprio nei giorni scorsi ho depositato una proposta di legge, pur sapendo che non vi sono più i tempi per arrivare alla sua approvazione. Mi pareva importante però poter lasciare una traccia del lavoro fatto in questi anni, ché possa servire alla Politica che verrà, al Parlamento che sarà eletto nel 2018.

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Il secondo problema su cui desidero brevemente soffermarmi, ha natura politica. Oggi l’Italia è alle prese con uno dei tanti momenti di svolta della sua storia. Il fenomeno migratorio che, per vari motivi, ha registrato un forte incremento negli ultimi anni, è stato utilizzato da alcuni Partiti, per alimentare una politica di tipo discriminatorio. In realtà è ampiamente documentato come il fenomeno migratorio, nella maggior parte dei casi, non avrebbe come obiettivo finale l’approdo in Italia: l’Italia, in genere, sarebbe solo un Paese di transito. Ed è ampiamente documentato come vi siano Paesi europei, più piccoli, con minori capacità dell’Italia, che ospitano un numero maggiore di migranti. Secondo i dati più recenti la metà della popolazione dei residenti stranieri in Italia appartiene a comunità cristiane: 1,5 milioni di ortodossi, 1 milione di cattolici, 250.000 appartenenti a comunità riformate. Poi abbiamo 1,5 milioni di persone appartenenti a comunità islamiche. 340.000 induisti, buddisti, sikh e appartenenti ad altre tradizioni religiose orientali. E infine 220.000 persone che si dicono atee e agnostiche . I governi italiani che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, hanno dovuto far fronte al fenomeno migratorio con un programma di aiuti e ospitalità. L’hanno fatto con modalità molto diverse, non sempre efficaci, non sempre condivisibili. Tutta questa situazione ha generato soprattutto negli ultimi due anni, situazioni di tensione con una parte della popolazione italiana che non condivide queste politiche di accoglienza, e purtroppo l’ingrossarsi di un movimento d’opinione che mira alla chiusura delle frontiere e che vede in tutti gli immigrati dei potenziali terroristi. Per questo uno dei campi dove di più ho dovuto impegnarmi da parlamentare, è stato proprio quello della libertà di religione. Torniamo alla riflessione iniziale: è possibile garantire agli uomini il diritto a perseguire la propria felicità, se gli è limitata la libertà di credere? A mio avviso no: non puoi dire a un uomo “ecco, sei libero di perseguire la tua felicità”, e poi vietargli o limitargli il diritto di credere o di non credere. Eppure questo è quello che è accaduto in Italia, quello che sta accadendo: importanti Regioni come la Lombardia e il Veneto hanno approvato leggi che introducono modifiche alle norme urbanistiche, in realtà all’unico scopo di limitare l’apertura di nuovi luoghi di preghiera. Leggi che impongono per la costruzione di un nuovo edificio religioso, che sia dotato di uno spazio da destinare a parcheggio pubblico, in misura non inferiore al 200% della superficie dell’edificio. Che richiedono la realizzazione di un impianto di videosorveglianza presso ogni punto di ingresso esterno all’edificio, a spese della comunità, costantemente collegato con la Polizia. Che impongono che la costruzione dei nuovi luoghi di culto sia relegata alle periferie e che tutte le spese di nuova urbanizzazione – nuove strade, nuove fognature, nuove linee elettriche – siano a carico della piccola comunità di fedeli. Che impongono alle chiese locali di sottoscrivere accordi con i Comuni, che poi possono anche essere assoggettati a referendum popolari. Si tratta chiaramente di leggi discriminatorie. Contro di esse ho promosso iniziative pubbliche, ho presentato interpellanze al Governo, che ha effettivamente impugnato queste leggi innanzi alla Corte costituzionale. Siamo riusciti a far abrogare gran parte della legge della Regione Lombardia. La Corte non si è invece ancora pronunciata sull’analoga legge della Regione Veneto.
Ecco: in poche battute questa è ad oggi la situazione italiana, che vede in questi ultimi mesi nuovi movimenti, che dichiaratamente non accettano quella che, a mio giudizio, è una cosa evidente: il futuro dell’Europa, il futuro dell’Italia sarà una società multietnica e multiculturale.
Permettetemi di terminare questo mio intervento, ricordando un romanzo di formazione, “D’amore e ombra” di Isabel Allende, dove i protagonisti, profughi spagnoli riparati in Cile dopo l’avvento del franchismo, a un certo punto devono affrontare i riti della morte e seppellire un loro caro, e, narra la scrittrice, “per la prima volta in quarant’anni accettarono di appartenere a quel Paese”. Ecco dove giungono le nostre convinzioni religiose, i nostri riti, soprattutto quando si tratta di riti legati alla nascita e alla morte: determinano appartenenze, mutano le nostre radici che pensavamo immodificabili. E tutto ciò ci dice che, per quanto facciamo, le ideologie tramontano, i Governi mutano, rimangono le persone, rimane la solidarietà fra le persone, rimangono l’amore e gli affetti cari.