La banalità del male e la nostra indifferenza

Chiara, prima contattata con una promessa di assunzione in un negozio di Torino, e poi respinta dal lavoro perché fidanzata con un nigeriano… Paolo in procinto di essere assunto per un lavoro stagionale da un albergo di Cervia, e infine respinto perché nero… E poi c’è questo sacerdote di Taranto, che si dichiara su FB contro le politiche di accoglienza dei migranti. Sono solo gli ultimi inquietanti episodi di italiani che non si nascondono, non temono di essere additati, come sarebbe accaduto un tempo, non si vergognano e usano anzi social network, sms, whatsapp, non cercano l’anonimato indossando un ideale cappuccio. No, non sono coraggiosi, più semplicemente per loro è normalità: scrivono, dichiarano queste cose, perché sono diventate normali nel nostro Paese, banali persino, la banalità del male. Fra qualche tempo non faranno nemmeno più notizia, e non ci saranno giornali interessati a pubblicarli. Certo poi ci sono altri episodi, in questo nostro Paese, che fanno meno notizia, e sono tanti, episodi che dicono che gli italiani non sono razzisti, ne sono convinto, che non hanno scordato quando erano i loro nonni a partire, a finire sfruttati sotto qualche padrone nelle “lontane Americhe” o a finire nelle miniere di Marcinelle. “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”, c’era scritto a quei tempi su certi cartelli in Germania. Ed era una cosa normale. Ma anche in Italia, nel nord del boom economico era facile leggere: “Qui non si affitta ai meridionali”. E anche questo era normale. Perché al cuore del razzismo non c’è il colore della pelle. Ce lo siamo scordato cosa avvenne in Ruanda nel ’94? Non è il colore della pelle o la lingua o un accento regionale: questi sono dettagli. Il cuore di tenebra del razzismo è costituito di una materia densa e vischiosa, un miscuglio viscido e purulento di paura e indifferenza, capace d’infettare ogni democrazia. C’è la paura del diverso. Tutti i razzisti, qualsiasi sia il colore della loro pelle, qualsiasi sia il motivo che li muove, hanno una paura fottuta di ciò che è diverso da loro: nuove forme di affettività, culture straniere, fedi religiose sconosciute, una cucina diversa dalla propria, una storia che non ha nulla da condividere con la propria. La paura del diverso, dell’ignoto, atavica ignoranza. E poi c’è l’indifferenza, la nostra indifferenza, la totale indifferenza di tutta una società, la noncuranza, il disinteresse, che sono sempre il miglior terreno di cultura di ogni razzismo. Ecco la linea sottile che divide dei semplici episodi isolati di razzismo, da tutta una società che improvvisamente scopre di esser diventata razzista, senza nemmeno accorgersene: l’indifferenza. Basta guardare dall’altra parte, basta non vedere, non sentire: non l’hanno assunta perché fidanzata a un nigeriano? Cambio canale. Lo hanno respinto dall’albergo? Volto la pagina del giornale. Non sappiamo in quali campi di concentramento libico finiranno i migranti che vengono bloccati nelle acque libiche, al limitare delle acque internazionali? Volto pagina, e magari leggo soddisfatto che i migranti nel nostro Paese stanno diminuendo.