Mamme

In una scena di “Una giornata particolare”, film bellissimo e straziante di Ettore Scola, capolavoro assoluto del cinema italiano, il protagonista Gabriele, impersonato da Marcello Mastroianni, a un certo punto si scopre a osservare assorto le proprie stesse finestre dal palazzo di fronte, dalla cucina di Antonietta, la protagonista femminile del film impersonata da un’eccezionale Sofia Loren, con cui condividerà quella giornata particolare e un breve, impossibile amore. «E’ strano guardare se stessi dal palazzo di fronte», sussurra quasi a se stesso. E in quello spazio fra le due finestre lo spettatore pare intuire tutta la distanza, il vuoto incolmabile fra esistenze condannate per motivi differenti alla solitudine. Gabriele, annunciatore dell’EIAR, che attende di esser condotto al confino, reo di essere omosessuale nell’Italia maschia e fascista degli anni ’30, prossima alla catastrofe della guerra. E Antonietta, donna senza diritti, ridotta a serva di un marito meschino e ignorante, la cui esistenza ruota tutta in funzione della famiglia, dei figli, com’era normale in quell’Italia da cui ci separano solo pochi decenni. E pare quasi non accorgersene:
«“Inconciliabile con la fisiologia e la psicologia femminile, il genio è soltanto maschio”. Lei è d’accordo?», le domanda Gabriele.
«Certo che sono d’accordo», risponde convinta.
Ferzan Özpetek, molti anni dopo, in un’ammirata citazione cinematografica, riprenderà la stessa scena nel film “La finestra di fronte”: altre due solitudini che s’incontrano per un breve momento, prima di esser costrette a separarsi definitivamente. Un’altra finestra in cui la protagonista, una brava Giovanna Mezzogiorno, guarda se stessa dal palazzo di fronte. E pare scrutare la propria solitudine di donna, madre, moglie incompresa, condannata a un lavoro che non ama per poter sostentare la famiglia.
Scrivo tutto questo all’indomani della notizia con cui il Partito Democratico ha reso noto di aver aperto, fra gli altri, un dipartimento intitolato “mamme”. E io, che a quel partito sono stato iscritto fino all’anno scorso, voglio riconoscere le migliori intenzioni a questa decisione. Poiché non c’è dubbio che in questo Paese il ruolo della donna lavoratrice e madre è stato sempre disconosciuto, e anzi attende ancora un riconoscimento che nemmeno in questa Legislatura siamo stati capaci di dare pienamente. Eppure quell’intitolazione “mamme” lascia molto l’amaro in bocca. Come se decenni di lotte per i diritti delle donne, decenni di battaglie per il riconoscimento del ruolo della donna che non può essere limitato entro i soli confini della maternità, decenni di battaglie spesso controcorrente per affermare che alla donna vanno riconosciuti quei diritti che le permettano di esser pienamente madre, se lo desidera, senza che alla sua vita professionale possa esser minimamente recato danno, fossero tutti trascorsi invano. Sarebbe bastato intitolare il dipartimento “donne”, come avrebbe dovuto essere, anche se, forse, non avrebbe fatto lo stesso effetto in questo Paese che si avvia, dopo l’estate, a una delle sue più lunghe campagne elettorali. E invece la scelta d’intitolare quel dipartimento di partito “mamme”, che è nome bello e dolce come pochi, all’improvviso pare aver fatto regredire drammaticamente la nostra vita politica, pare aver allargato quel vuoto incolmabile fra le due finestre.

E io penso alle donne della mia vita, alle donne che ho incontrato, madri, compagne, figlie, che in questo Paese chissà quanto a lungo ancora dovranno ingegnarsi, giorno dopo giorno, fra famiglia e lavoro, quanto a lungo ancora saranno costrette a una scelta dolorosa fra professione e maternità.