Il “Pacchetto Minniti”, lettera al direttore

Caro direttore,
proprio in questi giorni, un anno fa, mi recavo in visita al campo profughi di Idomeni, la tendopoli che in poche centinaia di metri quadri, al confine fra Grecia e Macedonia, ospitò per mesi dalle 10mila alle 15mila persone, in prevalenza profughi in fuga dalla guerra civile siriana. La tendopoli di Idomeni aveva condizioni igieniche molto precarie, e non era certo in grado di affrontare le temperature che si registrano d’estate nella pianura a nord di Salonicco. Le epidemie erano un rischio concreto e imminente, e il campo venne smantellato poche settimane dopo quella mia visita. Ai profughi il Governo greco riservò destinazioni diverse, ma in quella emergenza raccontata dai media di tutto il mondo, emerse anche l’ospitalità e l’umanità profonda del popolo greco. Effettivamente dell’imponente fenomeno migratorio di questi ultimi anni rimarrà iscritta nella storia, accanto all’ospitalità dei greci, l’abnegazione di Italia e Grecia, da un lato, e il diffuso arcipelago di associazioni e ONG dall’altro, che sono intervenuti giorno per giorno a soccorrere profughi e migranti che spesso, purtroppo, non hanno trovato la salvezza ma la morte nel Mediterraneo.
E’ dei giorni scorsi l’approvazione da parte del nostro Parlamento del “Pacchetto Minniti”, che riforma profondamente la disciplina che negli anni il nostro Paese aveva affastellato, per rispondere all’emergenza migratoria. Sappiamo cosa negli anni erano diventati CIE e CPT, così come, in ultimo, l’inefficacia della rete degli Hotspot. Il “Pacchetto Minniti” chiude i CIE e riscrive completamente la rete delle strutture chiamate ad accogliere e identificare queste genti in fuga. E da questo punto di vista bene fa. Positiva è pure, a mio avviso, la semplificazione dei gradi di giudizio chiamati a definire, adesso con maggiore rapidità, lo status del migrante. Non è accettabile infatti che, nell’impossibilità di accogliere tutti i migranti, si risponda all’emergenza facendo affidamento con atteggiamento dilatorio, sui ritardi che si accumulano nel riconoscimento dello status di rifugiato. Il “Pacchetto Minniti” introduce pure l’attesa novità dei lavori di pubblica utilità, che già molti Comuni hanno sperimentato autonomamente nei mesi scorsi.
Al di là di queste misure in vario modo condivisibili, il “Pacchetto Minniti” tuttavia, a mio avviso, presenta ancora un impianto discutibile e antiquato. Quanto di buono il nostro Paese è riuscito a fare in questi ultimi anni in risposta al fenomeno migratorio, è costituito da un lato dall’organizzazione del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e dall’altro dall’esperienza dei “Corridoi umanitari” con cui, a seguito di accordi con i Ministeri competenti, Comunità di sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, hanno avviato un vasto programma di soccorso internazionale, che prevede l’ingresso in Italia di famiglie e singoli in fuga e il loro accompagnamento in un programma quanto più personalizzato d’integrazione. Un programma che prosegue da più di un anno ormai e che comincia ad essere emulato anche all’estero. Il “Pacchetto Minniti” invece non abbandona la prospettiva dei rimpatri, non rinuncia a un programma di rimpatri, inteso, si badi, non come strumento residuale, bensì come risposta ordinaria e principale al fenomeno migratorio. Vorrebbe affrettare anzi i rimpatri, prevedendo addirittura l’erezione di strutture d’identificazione presso gli aeroporti. E la previsione di accordi bilaterali con i Paesi africani finalizzati a facilitare il rimpatrio e a favorire il reinserimento nei Paesi d’origine, pare soluzione davvero poco convincente. Non è sempre facile riconoscere, soprattutto nei Paesi dell’Africa subsahariana, istituzioni credibili con cui interfacciarsi, in un panorama dove corruzione e violenze e persecuzioni sono all’ordine del giorno. Senza parlare della Libia! Cosa fare in questi casi? Chiudere un occhio e stringere accordi, con lo scopo precipuo di facilitare i rimpatri? O, per quanto riguarda le espulsioni, lasciare il “Pacchetto Minniti” lettera morta? E poi chi dovrebbe coprire le spese per far fronte ai centinaia di voli necessari a questi rimpatri?
In realtà qualsiasi soluzione del problema dovrebbe passare dal riconoscimento che i migranti sono persone, non numeri. Ed è questo che il “Pacchetto” proprio non riesce a fare. Considerare i migranti come delle persone imporrebbe fra l’altro, facilitarne l’integrazione, consultando più assiduamente i Comuni, che devono avere tempo e modo adeguati per preparare l’accoglienza. E soprattutto imporrebbe un tavolo che veda tutti i Paesi dell’Unione alla ricerca di una soluzione per il superamento definitivo degli iniqui accordi di Dublino e la redistribuzione effettiva di profughi e migranti in tutti i Paesi europei, favorendo i ricongiungimenti familiari. L’Italia non può accogliere tutte queste genti in fuga, l’Europa si.
Il giorno in cui il “Pacchetto Minniti” è stato approvato alla Camera, un esame ospedaliero in previsione di un intervento prossimo, mi ha tenuto lontano dall’Aula. Se fossi stato presente, sarei uscito dall’Aula al momento del voto finale. Sono convinto che sia straordinariamente provvidenziale quanto stiamo facendo da anni nel Mediterraneo, le migliaia di vita salvate. Ma a me tutto questo non basta. Non mi basta sapere che li salviamo, ho bisogno di sapere quale sorte finale riserviamo loro. Sapere se ci voltiamo dall’altra parte, quando li incontriamo nelle nostre strade. Sapere se finiscono nelle mani della criminalità comune, o peggio del terrorismo, quando riescono a far perdere le proprie tracce nel nostro Paese, e come fare ad evitarlo. Perché per evitarlo non bastano misure di polizia, sono necessari programmi di integrazione vera. Sapere infine che fine faranno, una volta che li avremo rimpatriati nei Paesi di provenienza.
A distanza di un anno da Idomeni, ho ancora impressi nella memoria i volti di quei bambini. Il campo di Idomeni era abitato da migliaia di bambine e bambini. Non è inutile sentimentalismo ricordarlo, è la consapevolezza che i migranti sono persone. Fra di loro vi erano centinaia di giovani volontari accorsi da tutto il mondo: la meglio gioventù dei nostri giorni. A loro, che ci piaccia o no, domani spetterà reggere la società europea, che sarà per forza di cose, ne sono convinto, una società multietnica. E non basteranno muri e leggi miopi a impedirlo.

on. Luigi Lacquaniti