Quegli schiaffi fra compagni, quelle porte sbattute…

Sarà l’età, ma le lotte fratricide, gli schiaffi fra compagni, le porte sbattute non mi appassionano più. Forse perché anch’io, in passato, ho sbattuto porte, ho dato schiaffi e ne ho subiti. E me ne dolgo, non per la porta chiusa, ché andava chiusa, per la porta sbattuta, per quell’inutile, ultima violenza. Leggo in queste ore commenti di persone di questo o quel gruppo, di questa o quella corrente, che ancora osano la parola “compagna”, “compagno”, e tuttavia scrivono in giro per il web commenti grondanti sangue, come roteassero tante piccozze macchiate di sangue e di materia grigia. E si rallegrano di separazioni imminenti, e le invocano quasi, le attendono impazienti. Oggi più che mai ci vorrebbero costruttori di ponti, rammendatori del dialogo, infaticabili esploratori di nuove vie di riconciliazione, e invece vedo attorno a me troppi amanti delle divisioni, assaggiatori assorti della polemica, e non pochi cultori solo delle proprie carriere politiche. Senza alcuna attenzione ai bisogni reali del Paese. Credo ancora in quella politica che Paolo VI definiva “la più alta forma della carità”. Ma con sempre maggiore disillusione. Forse anche questa è l’età…