Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà

14908388_1120025368066602_2403601723990325144_nLa prima esperienza del carcere che ho, risale alle processioni religiose nella Calabria della mia infanzia. La statua del santo sostava brevemente davanti al vecchio carcere. Ho ancora negli occhi i corpi aggrappati, e visi e mani a protendersi dalle sbarre. Poi il santo riprendeva il suo cammino per il paese, lasciandosi alle spalle il carcere e quelle mani alle sbarre. Dovevo essere molto piccolo, per mano al papà o forse alla nonna. Domandavo qualcosa incuriosito e mi spiegavano. E poi qualcuno mi parlava pure della visita ai carcerati e di certe “opere di misericordia corporale”. In effetti doveva essere la nonna. Ma non capivo molto. Più tardi il carcere fatiscente venne abbattuto. Al suo posto venne costruito il Palazzo di giustizia. Il nuovo carcere, fuori dal paese, oltre alla criminalità comune era destinato a ospitare terroristi neri e rossi: un supercarcere circondato da mura altissime e inferriate infinite verso il cielo. Le processioni talvolta vi sostavano ancora, ma non si scorgevano più volti e mani attraverso le sbarre. Non potevo immaginare allora, che un giorno avrei visitato da deputato quell’Istituto di pena.
Qualche anno dopo, ancora bambino, mi trasferii a Desenzano con la famiglia. Non ho più fatto esperienze del carcere, se non quelle intellettuali che mi venivano dagli studi: Socrate e Jean Valjean, la visita ai Piombi lugubri, le celle claustrofobiche di Auschwitz, Gramsci e Pertini rinchiusi a Turi, e naturalmente Beccaria. E poi il cinema che amo: “Detenuto in attesa di giudizio”, “Papillon”, “Sacco e Vanzetti”, e tanti altri. E poi i casi famosi della cronaca, a cominciare da quella foto di Enzo Tortora in manette, che squarcia ancora le nostre coscienze e c’interroga da trent’anni. Ma erano cose che stimolavano la mia riflessione, costruivano probabilmente la mia coscienza civile, ma sempre come cose altre da me: mi toccavano, ma non mi segnavano. Per questo invece, ho dovuto attendere l’elezione in Parlamento e le visite a Verziano e a Canton Mombello, gli Istituti di pena di Brescia, visite che ho ripetuto quasi ogni anno. Canton Mombello, in particolare, l’anno stesso dell’elezione, prima che gli interventi legislativi apportati in questa Legislatura, la depenalizzazione di certi reati bagatellari, la sostituzione della detenzione con misure alternative al carcere, ne permettessero la decongestione delle celle. L’ingresso a Canton Mombello, la prima volta, fu la discesa in un girone infernale fatto di degrado, sofferenza, celle anguste, con decine di detenuti rinchiusi in spazi di pochi metri quadrati, talora costretti a stare in piedi a turno! Canton Mombello, carcere inaugurato nel 1914, chiuderà presto. Ormai è certo, confermato anche dal ministro Orlando in visita a Brescia. Verziano sarà ristrutturato e ampliato. A me rimane l’esperienza fatta in questi anni, aver conosciuto la sofferenza dietro le sbarre. Perché non si può parlare del carcere, se non lo si è visto da vicino, se il tuo sguardo non si è fermato nello sguardo di quelle persone che vi sono rinchiuse, se non hai stretto le loro mani e ne hai avvertito l’incredulità alla stretta, e il volto che sa di sapone a buon mercato, che si apre all’improvviso in un sorriso sincero.
Per questo, pur non potendo parteciparvi fisicamente, ho aderito volentieri alla Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa anche quest’anno dai Radicali, che oggi partirà da Regina Coeli e arriverà a San Pietro, in occasione del Giubileo dei carcerati: per la prima volta una rappresentanza di un migliaio di detenuti accompagnati dai familiari, fra loro anche minori ed ergastolani, assieme a rappresentanti della Polizia penitenziaria, assieme ad Associazioni attive in carcere, varcheranno piazza san Pietro per una giornata che si prevede storica, per cattolici e non, per credenti e non credenti.
I giuristi ci ricordano che nella pena si sommano fini e valori. La pena ha uno scopo retributivo, la persona viene punita per quello che ha commesso. E per quanto positivi e aperti al prossimo possiamo essere, questa funzione della pena nessuno può realisticamente negarla. Dovremmo semmai domandarci come mai le patrie galere siano affollate di disgraziati colpevoli di piccoli furti, mentre certi potenti colpevoli di grandi furti, spesso riescano a evitare le sbarre. Ma poi quegli stessi giuristi ci ricordano che la pena serve anche a rieducare il condannato, e lo afferma solennemente l’articolo 27 della Costituzione; e che la pena deve permettere pure il reinserimento sociale del condannato, e ce lo ripetono anche generazioni di educatori. Eppure anche volendo prescindere per un momento da quanto imperfetto sia stato sempre il nostro Sistema penitenziario, più propenso a realizzare la funzione retributiva della pena, e meno propenso alla sua funzione rieducativa, fin da quella prima visita a Canton Mombello mi rimane un muto interrogativo, una domanda dolorosa che mi porto dentro, e che, chissà, forse ha radici in quella mia infanzia di mani che si protendevano dalle sbarre, una domanda a cui non riuscirò mai a rispondere: poiché per quanto meritata e inevitabile e necessaria possa essere una pena detentiva, mi rimane lo stupore doloroso davanti all’uomo che priva un altro uomo della libertà, talora per breve tempo, talora per sempre.