Lo smarrimento della persona

Questa mattina, dopo esser incappato su FB nella consueta messe di insulti reciproci fra sostenitori del “si” e sostenitori del “no”, ho appreso della morte di un amico calabrese. Non lo sentivo da qualche tempo e, preso da tante cose, non mi ero accorto della sua assenza da FB. Fra noi non esisteva una frequentazione antica, ma ci scambiavamo l’appellativo di “compare” secondo quella tradizione calabrese che vuole che, per qualche generazione, si perpetui questo rapporto che si origina in remoti battesimi o in vecchi matrimoni. Nella mia assenza prolungata dalla Calabria di questo ultimo anno, avevamo sopperito con il web alla nostra amicizia, che avevamo poi sempre rinviato a tempi avvenire. Ma anche il web ha limiti invalicabili e non riesce a percepire se stesso se non in una dimensione di eterno presente, scandito semmai dall’aggiornamento periodico di sistemi e applicativi. Le nostre vite, invece, sono inesorabilmente soggette al divenire.
Quando il web, internet, e più tardi i social network fecero irruzione nelle nostre vite, per qualche tempo si usarono espressioni come “universo parallelo”, “autostrada informatica”. Avevamo ben presente l’enorme sviluppo che questo strumento avrebbe apportato alle nostre vite. E in effetti il beneficio che ne traiamo ogni giorno è incomparabile. Io stesso me ne sto servendo per comunicare con voi. Ma a poco a poco quelle espressioni sono scomparse, un po’ perché non riuscivano a descrivere appieno quello che la “Rete” è diventata, tutto quello che oggi facciamo con la “Rete”, tutto quello che faremo. Un po’ perché non percepiamo più la “Rete” come uno strumento, un’autostrada. Ci identifichiamo nelle nostre pagine FB, nei nostri account whatsapp. E la “Rete” senza che ce ne accorgiamo, rischia di risucchiare gradualmente le nostre vite. Non dico nulla di nuovo, è un fenomeno che ognuno può constatare.
Un paio di settimane fa, a seguito di varie vicissitudini, avevo smarrito la pagina FB di una cara amica che, a dispetto di una consuetudine affettiva, purtroppo vedo di rado e incontro più facilmente sui Social Network. E allo smarrimento della pagina, durato qualche giorno, era seguito un mio, personale smarrimento. Mi pareva che quell’amicizia fosse venuta meno al venir meno del contatto FB, e forse era davvero così, e ne ero molto rattristato.
Ho scritto della “Rete” che rischia di risucchiare le nostre vite, di sostituirsi ad esse. Ma la vita non è altro che lo spazio temporale in cui è consentito alla persona di esprimersi, di svolgere il proprio percorso esistenziale. Percorso, io credo, unico nel tempo e nello spazio.
Il problema dunque è che stiamo smarrendo la categoria “persona”. Il solco si approfondisce e rischia di scavare un fossato intorno a noi. Non è semplicemente l’uso che facciamo del web, ma è la nostra incapacità di dialogo. In fondo è una cosa che si può constatare anche in politica. Lo stiamo vedendo in questa lunga campagna referendaria: in genere discutiamo poco del referendum, dei contenuti della riforma, dei suoi apporti e dei suoi limiti. Lo scrivo pur da sostenitore del “si”. Ci azzuffiamo invece, gli uni ad accusare gli altri di voler bloccare il Paese, se dovesse vincere il “no”; gli altri ad accusare di fantasiose svolte autoritarie, se dovesse vincere il “si”.
Ieri, ancora su FB, leggevo di un’amica, una compagna, che a commento dell’intervento chirurgico subìto qualche settimana fa, riportava le parole della madre che identificava nell’eccesso di politica una sorta di sua intossicazione: non la politica, beninteso, ma l’eccesso di politica a genesi di una malattia. Chissà se aveva ragione quella madre. Di sicuro, anche la politica è uno strumento, proprio come il web. Dovremmo ricordarcene più spesso. Solo la persona è un assoluto.
Non credo al mito del “buon selvaggio”, ma ho nostalgia di quelle osterie di un tempo, “gli anfratti bui delle osterie dormienti, antri tiepidi e oscuri”, cantati da Alda Merini, dov’era bello sedere in un angolo e chiacchierare con amici che magari non la pensavano come te, ma ti rispettavano. Quando riusciamo a sedere e parlare, oggi sempre più lo facciamo per clan. Ci siamo costruiti il nostro mondo delle idee, e lo poniamo prima delle persone. Vorrei un futuro dove riuscire a organizzare e fissare, anche grazie al web e alle nostre pagine FB, serate condivise attorno a una tavola genuina. Una tavola in compagnia di amiche e amici. E discutere senza insultarci. E lo smartphone per una volta ben riposto in tasca, spento. Voglio credere che siamo ancora in tempo.

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