Viaggio in seconda classe

Il giorno dopo la tragedia di Andria avrei voglia di rifugiarmi ancora nel silenzio e nella preghiera. E sarebbe forse più opportuno. E tuttavia il ruolo che ricopro non me lo consente: così al sonno perso, con la mente che vaga nel dolore di quelle immagini, devo sommare il dolore di una riflessione a cui non posso sottrarmi.
In una stagione dimenticata della nostra televisione, nel 1977, un programma televisivo catalizzò il gradimento dei telespettatori e i commenti della critica televisiva. S’intitolava “Viaggio in seconda classe” e il regista Nanni Loy utilizzava il format della candid camera, ancora inedito in Italia. L’idea originale era usare la candid camera in uno scompartimento di seconda classe di quelle ferrovie italiane degli anni ’70, che erano state testimoni di una parte importante della nostra storia. Su quelle ferrovie, in quegli scompartimenti di seconda e terza classe, si erano mosse le generazioni in viaggi della speranza che dal sud conducevano al nord del Paese, dall’Italia a Paesi europei più o meno ospitali. Si erano mossi i pendolari, in una diaspora quotidiana di sguardi assonnati. O più semplicemente, quando il boom economico lo aveva consentito, si erano mosse le famiglie nell’esodo estivo verso spiagge e luoghi di villeggiatura. E a un certo punto quegli stessi scompartimenti e le stazioni erano diventati luoghi di morte con bombe e stragi sanguinose. La candid camera di Nanni Loy era lontana dal gossip dei rotocalchi di quegli anni e aveva il pregio di mostrarci, con un po’ d’ironia, la normalità degli italiani. Lo strumento della cinepresa nascosta dietro allo specchio segreto, ci mostrava in modo genuino com’eravamo fatti, i nostri tick, le nostre abitudini, le espressioni caratteristiche. Più tardi anch’io avrei sperimentato quei viaggi: pendolare per una quindicina d’anni, prima come universitario, poi impiegato nella city milanese. E avrei sperimentato quegli stessi sguardi, la normalità di quei visi assonnati al mattino, stanchi la sera, la solidarietà delle vicende personali e familiari elevate a fatti condivisi. E senza che me ne avvedessi, quegli sguardi sarebbero diventati a poco a poco i miei stessi sguardi. Da alcuni mesi, per le vicende della mia vita privata, mi trovo a viaggiare ancora, ogni settimana, sui treni regionali, proprio su una di quelle tratte ferroviarie che undici anni fa vide una tragedia più volte ricordata ieri, mentre ci raggiungevano le notizie di Andria. In quarant’anni sono mutati abiti e acconciature, sono cambiati idiomi e linguaggi. Anche i treni sono cambiati: non ci sono più gli scompartimenti, non c’è più la terza classe, su molti regionali è stata installata persino l’aria condizionata. Ma gli sguardi assorti, le espressioni pensierose, i pensieri proiettati verso un bacio, un abbraccio, già catturati dal fine settimana o da una vacanza, sono ancora gli stessi, gli stessi delle candid camera di Nanni Loy, gli stessi dei miei anni d’università, gli stessi di oggi.
Questo è un Paese in cui la tecnologia avanzata dell’Alta velocità convive ancora con le tratte ferroviarie a unico binario, dove la sicurezza è ancora affidata alle telefonate fra capistazione e macchinisti. Tuttavia prima di ogni commento, prima di ogni accusa, prima di ogni spiegazione, prima di ogni alibi, prima di tutto vorrei che avessimo impressi quei visi, l’ultimo sguardo che devono aver rivolto attraverso il finestrino, verso la luce dell’estate mediterranea, coi pensieri già rivolti a una vacanza che non arriverà, con un bacio ancora impresso sulle labbra. Se in questi quarant’anni avessimo pensato più a quegli sguardi che ai flussi degli investimenti, ai bilanci dei trasporti, forse la tragedia di ieri non si sarebbe verificata.