Il voto di mediotermine: alcune riflessioni

Ampiamente conclamato il decesso delle ideologie da almeno una ventina d’anni, stupisce non tanto che vi sia qualcuno che ancora s’attardi in una personale proiezione del mondo, quanto che a ogni risultato elettorale vi siano commentatori che ancora indossino le lenti dell’ideologia per valutare i risultati. Non faccio riferimento alle tradizionali ideologie del ‘900, che ancora hanno nostalgici sostenitori, continueranno ad averne, seppur in posizione sempre più marginale e inifluente. Quanto a una più generica lettura della geografia politica che distingua nettamente fra sinistra e destra. Distinzione che ha ancora significato, non è vero che non esistano più destra e sinistra. Difesa dei diritti, tutela del territorio, migranti, unioni civili: abbiamo ascoltato cosa dicevano i vari candidati, e destra e sinistra esistono, eccome! E tuttavia col tramonto delle ideologie questa distinzione appare non sempre nettamente percepibile, soprattutto quando gli schieramenti politici si contendono non tanto il governo del Paese, quanto l’amministrazione degli enti locali, il governo delle città. Che ci piaccia o no, il primo criterio, talvolta il criterio esclusivo che ormai utilizzano i cittadini per votare, per confermare o meno un’amministrazione locale, è la soddisfazione verso sindaci e amministratori uscenti. Ed è il primo dato che ci viene da queste elezioni. Importa molto meno lo schieramento, poco il partito politico, pochissimo l’eventuale famiglia ideologica di appartenenza. Zedda a Cagliari è stato confermato non perché sostenuto da un’alleanza specifica, non per la sua storia politica, quanto perché ha governato molto bene, è stato un buon sindaco e come tale è stato riconosciuto. Sostanzialmente lo stesso si può dire di Merola a Bologna, anche se in questo caso s’è dovuto ricorrere ai ballottaggi. E in senso opposto di Varese, dove il PD riesce nella storica e bellissima impresa di sottrarre il Comune alla Lega. E anche di De Magistris a Napoli: nonostante non condivida minimamente il suo modo di far politica di sapore peronista, che a mio avviso non ha nulla a che fare con la sinistra – non è un caso che nei giorni scorsi De Magistris abbia auspicato alla prossime politiche una sua alleanza col M5S -, i molti napoletani con cui ho avuto modo di parlare mi hanno riferito d’esser rimasti soddisfatti della sua amministrazione. Bella ed efficace in particolare, a me è sembrata l’azione di certo associazionismo, di certo volontariato e di alcuni centri sociali per il recupero di certi quartieri degradati di Napoli, e bene ha fatto dunque De Magistris a valorizzarne l’azione.
Vano è quindi commentare questi risultati elettorali riesumando l’Ulivo o altre formule coalizionali del passato, o addirittura le categorie politiche della prima repubblica. Anche perché Roma e Torino vengono conquistate da una forza, il M5S, che non può esser letta con le tradizionali categorie della politica. Ovviamente questo non significa che per vincere le elezioni sia sufficiente esser bravi sindaci, adottare scelte sagge e avvedute: tante purtroppo sono le amministrazioni illuminate che non sono state confermate. I risultati elettorali insomma non sono mai frutto di equazioni e algoritmi, c’è sempre l’imponderabile. E non basta nemmeno cercare la somma aritmetica dei numeri in una ritrovata unità delle coalizioni: il centrodestra che mette da parte le divisioni e ritrova l’unità riesce a spuntarla in molti capoluoghi, ma perde la sua partita più importante: Milano.
Nei piccoli centri, invece, sotto i quindicimila abitanti, intervengono svariati elementi a decidere le sorti delle giunte: il localismo ancora ben radicato della Lega, certi problemi contingenti, i clan e le cordate di voto familiare, le antipatie personali, il peso di certe frazioni, persino i piccoli scandali e i mormorii di paese…
Nelle città più grandi invece e nelle metropoli il buon governo sarebbe più riconoscibile, sarebbe più facilmente premiato. Anche qui tuttavia è intervenuto un elemento perturbativo nell’assegnazione del voto: s’è saldato un fronte antirenzi, o meglio ancora un fronte anti-sistema, un vento che spira ormai in tutta Europa. Sbagliato sottovalutarlo, magari facendo leva sul numero basso di coloro che hanno deciso di tornare a votare ai ballottaggi. Era ampiamente previsto, pochi però l’avevano previsto di questa portata, pochi avevano previsto che avrebbe soffiato dovunque. Così a Roma il lascito di Marino ha pesato enormemente sul PD romano che pure lo aveva sfiduciato, s’è saldato al voto antisistema e ha spianato la strada alla vittoria della candidata del M5S. La stessa cosa, a sorpresa, è accaduta a Torino ai danni di Fassino, che invece aveva amministrato bene, ma poi è caduto vittima del voto antisistema assegnato al M5S, per giunta sostenuto dalla sinistra di Airaudo. All’opposto la decisione di Pisapia di non ricandidarsi a Milano, ha reso più complicata l’impresa di Sala che ha dovuto lavorare parecchio per presentarsi come suo erede diretto e a far tesoro davanti all’elettorato milanese, dei buoni risultati conseguiti dal predecessore. Alla fine però è riuscito a convincere, è stato molto bravo e ha pure goduto dell’appoggio dei Radicali e della Sinistra per Milano.
Una riflessione a parte merita l’astensionismo ai ballottaggi di Fassina a Roma, per quanto sappiamo non esser stato condiviso da tutti i suoi militanti. O addirittura l’appoggio al secondo turno alla candidata del M5S a Torino in funzione antirenziana. A me pare che da questa tornata elettorale, dopo i risultati nazionali conseguiti dal M5S, indipendentemente dal fatto che abbia vinto, a Roma o Torino, o perso nelle altre grandi città, il PD esce molto ammaccato, talora visibilmente ridimensionato, le formazioni alla sua sinistra però, laddove non si siano rese in vario modo protagoniste di scelte di governo, come avvenuto a Cagliari e a Milano, siano inevitabilmente destinate all’invisibilità. In sostanza il voto in funzione antirenzi assegnato al M5S dalle forze d’opposizione, premia solo il M5S e accelera la scomparsa delle altre forze d’opposizione.
Il M5S infine: espugna a sorpresa Torino, non riesce a sottrarre il controllo delle altre metropoli al PD, ma conquista molti centri medio-piccoli, e soprattutto con la conquista di Roma raggiunge uno storico traguardo. Da domani però, finiti i festeggiamenti, il M5S dovrà vedersela con la quotidianità del governo delle città e dei loro problemi, e in particolare col governo della capitale e con i suoi enormi problemi. Da domani non basteranno più gli slogan dell’antipolitica, non basterà più la sua cosiddetta lotta anticasta. E a un movimento orgogliosamente di rottura con i tradizionali partiti politici, a un movimento che orgogliosamente vuole rompere con schemi e linguaggi politici preesistenti, non basterà nemmeno nascondersi dietro al tradizionale argomento: è colpa di chi è venuto prima di noi. Il M5S non ha concesso alibi e giustificazioni a nessuno; nessun alibi e nessuna giustificazione gli sarà concessa.