Non mi sono nascosto dietro a una porta, nella notte, mentre li portavano via

13226802_1552351838401562_1477314044626836867_nC’è questo bambino carico sotto un enorme sacco nero, veste un giaccone rosso e pare arrancare sotto il suo peso. Poco distante una donna accovacciata: sta lavando qualcosa dentro certe vasche di plastica colorata. La scena avviene sotto l’occhio vigile della polizia greca in assetto antisommossa: è posizionata alle spalle dei due, il bambino e la donna, ed entra senza volerlo nell’inquadratura dell’obiettivo. A dispetto di tutto la polizia non pare minacciosa, l’immagine possiede una sorta di sua tranquillità agreste, e senza il gruppo di poliziotti non avrebbe nulla di diverso da tante altre scene che hanno costituito, per alcuni mesi, la quotidianità di Idomeni. E’ soprattutto il contrasto fra il bimbo col suo enorme fagotto e la presenza della polizia greca che lo osserva e non fa nulla per alleviare quella sua fatica, a conferire all’immagine grande potenza espressiva. Questa fotografia a me ha fatto pensare alle immagini dei bambini della Shoah, ripresi in situazioni innaturali, innaturali ai bambini, innaturali all’infanzia. I bimbi del Ghetto di Varsavia, quelli raffigurati da Louis Malle nel suo “Arrivederci ragazzi”, quegli altri che ci scrutano attraverso il filo spinato dei campi di concentramento e senza parlare ci chiedono una ragione. Andando in giro a raccontare quello che ho visto a Idomeni, ho sempre rifiutato il paragone con la Shoah, che più volte mi è stato riproposto nelle domande: il campo profughi di Idomeni non era nemmeno lontanamente paragonabile ai campi di concentramento nazisti. E anche i contesti storici sono profondamente diversi. Oggi non tutta l’Europa è pronta a innalzare muri e filo spinato e la politica estera italiana sta resistendo all’egoismo di tanti altri Paesi europei. E tuttavia se metto da parte, per un momento, l’analisi storica e politica, se ripenso agli incontri fatti a Idomeni, alle storie che mi sono state narrate, se rileggo la lettera della famiglia curda di Aleppo, che ho conosciuto e mi ha ospitato sotto la sua tenda improvvisata, il suo esodo doloroso, rileggo gli stessi racconti che abbiamo ascoltato tante volte dai sopravvissuti della Shoah. I soldati che fanno irruzione nelle case, le fughe nella notte, il terrore che assale alla gola e non fa respirare, il pianto disperato dei bambini, le famiglie spezzate per sempre, la quotidianità sconvolta, i cari affetti spazzati via. E allora non importa che sia Varsavia nel 1943 o Aleppo nel 2013. Ho letto in queste ore parole di disprezzo verso la Grecia, il suo Governo, la sua polizia, parole che non condivido. A quel che mi è stato raccontato lo sgombero di Idomeni è avvenuto, sta avvenendo, senza particolari incidenti e nel rispetto delle persone, per quanto le circostanze possano consentire rispetto. Nelle mie serate su Idomeni ho detto che alla chiusura estiva di Montecitorio avrei voluto tornarvi volontario, per un paio di settimane, come i tanti volontari che ho visto al lavoro, a preparare centinaia di pasti ogni giorno, a organizzare la distribuzione degli aiuti. E tuttavia, ripetevo pure, mi auguravo che il campo sarebbe stato chiuso prima dell’estate. Coi primi caldi estivi la conca di Idomeni si sarebbe trasformata in un catino infuocato e invivibile. Coi miei occhi ho visto le condizioni igieniche carenti, precarie, nonostante gli sforzi di volontari e ONG: il pericolo di epidemie si sarebbe fatto terribilmente reale. E’ un bene quindi che Idomeni sia stata sgomberata. Il male è che Idomeni sarà sostituita da decine di altre Idomeni, e stavolta non ci saranno nemmeno i volontari con la loro grande umanità ad assistere i profughi. Il male è che l’Europa non ha ancora trovato una soluzione a Idomeni, alle tante Idomeni, ispirata a umanità e accoglienza. Questo è il male.
Questa fotografia un giorno entrerà sui libri di storia, come quelle altre dei bambini della Shoah, e allora non saranno importanti le mille argomentazioni che nelle mie serate su Idomeni mi sono state portate, le critiche che mi sono state rivolte, alcune comprensibili altre no, alcune ragionevoli altre no. Argomentazioni, critiche che abbiamo sentito tante volte, che parlano delle nostre paure, del lavoro che non basta ad accoglierli tutti, del terrorismo internazionale, persino delle nostre tradizioni in pericolo. Osservo questa fotografia, e so che non sarà importante nulla di tutto questo. Come per la tragedia della Shoah, sarà importante poter dire: io non ho contribuito a tutto questo; io non ho avuto paura di loro; poco o tanto, ho fatto quello che era nelle mie possibilità per alleviare il loro dolore. Non mi sono nascosto dietro a una porta, nella notte, mentre li portavano via.