Discorso tenuto in occasione del XXXIII Raduno nazionale dei Fanti d’Italia

Vi ringrazio per questo invito, di cui sono orgoglioso, sono contento di essere qui a portare il saluto mio e della Commissione difesa della Camera dei Deputati, in questo vostro raduno nazionale. In uno scenario tanto suggestivo, il Vittoriale degli italiani. Permettetemi di salutare anche, in particolare, il presidente della Fondazione “Vittoriale degli italiani”, Giordano Bruno Guerri, che da quando ricopre questo ufficio, con decisioni molto accorte, lo dico anche in quanto appartenente ormai da più di 40 anni alla comunità del Garda, sta affrontando un accorto rinnovamento di questo luogo, la dimora di D’Annunzio e il suo parco, secondo un’attenta rilettura filologica, eliminando quelle incrostazioni più o meno posticce che nei decenni si erano affastellate, e facendo riemergere il Vittoriale, com’era stato voluto da D’Annunzio. E questo, a ben vedere, è immagine di un’altra rilettura, la rilettura della stessa figura del poeta, dell’uomo di Lettere, D’Annunzio, che fu personaggio controverso, complesso, discutibile, ma che certo non può essere ridotto al mero vate del Regime fascista, come per troppo tempo è stato inteso e svalutato.
Tutto questo mi suggerisce che anche la ricorrenza di oggi e il ruolo che voi, fanti, avete svolto al servizio del Paese, andrebbe riletto e ripulito da certe incrostazioni di demagogia, all’insegna di un patriottismo sano e non di maniera. Penso al vostro impegno, al vostro sacrificio per il nostro Paese, e mi tornano in mente, per prima cosa, le guerre del Risorgimento che troppo a lungo una certa storiografia ha voluto farci credere, fossero state solo cosa delle classi agiate e della borghesia, e che invece furono realmente guerra di popolo, per il riscatto della nostra gente, del nostro popolo dalla povertà, dall’analfabetismo, e per l’unità del Paese. E se questo riscatto non venne, per lo meno non nelle dimensioni attese, sperate, fu perché quello che venne dopo a quelle guerre, per le scelte politiche che seguirono, non fu sempre all’altezza dell’abnegazione vostra e di chi si sacrificò per l’unità del Paese. E soprattutto era fra le classi popolari che avveniva l’arruolamento dei fanti. Il vostro fu davvero un esercito di popolo. E senza il vostro sacrificio, la vostra abnegazione, i vostri eroismi, lo voglio dire senza alcuna retorica, non avremmo nemmeno avuto l’Italia unita.
Un esercito di popolo, dunque, come nella Prima Guerra mondiale, di cui stiamo celebrando il Centenario. E ancora una volta alla vostra abnegazione, spesso e a lungo fecero da contraltare dei comandi che non furono sempre alla vostra altezza, comandi spesso inadeguati, o addirittura privi di scrupoli, che vi relegarono al fango e alle privazioni della trincea, per lanciarvi poi, spesso, in inutili assalti verso le postazioni nemiche. Fino almeno al cambio dei vertici che seguì il disastro di Caporetto, la sostituzione di Cadorna, l’assegnazione del comando a Diaz, fino a quando non vi venne dato modo di riscattare il disastro di Caporetto. Ancora una volta, a voi deve andare la riconoscenza del nostro Paese. Cosa sarebbe stato del nostro Paese senza di voi. E permettetemi qui di associare a voi anche – forse non tutti saranno d’accordo, ma io lo faccio lo stesso – anche i fucilati, i cosiddetti decimati della Prima Guerra mondiale, perché è venuto il tempo di ricordare anche loro, i decimati che la Camera ha voluto riabilitare l’anno scorso, approvando una Legge a lungo attesa, che però da un anno è ferma al Senato e di cui chiedo quindi, anche da qui, energicamente l’approvazione. Anche questi soldati desidero onorare.
Oggi l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: è l’art. 11 della nostra Costituzione; e promuove e favorisce un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni. Abbiamo impegnato in questi ultimi anni il nostro esercito, e anche i nostri soldati di fanteria, in missioni che vogliono essere di pace, a protezione di popolazioni aggredite in conflitti spesso fratricidi, in guerre civili; li abbiamo impegnati in scenari esteri per accogliere e salvare popoli in fuga. Tutto questo deve in qualche modo e necessariamente ridisegnare il vostro ruolo: la fanteria di uno Stato che ripudia la guerra. Ma tutto questo con ancora più forza, anche oggi che non esiste più l’esercito di leva, ci conferma che, anche se non più nell’arruolamento, ancora per la funzione che la fanteria svolge, ancora per le missioni che vi vengono assegnate, ancora siete un esercito di popolo.
L’impegno che il Parlamento sta svolgendo per voi, in particolare la Commissione difesa di cui faccio parte, è testimoniato dalla discussione attenta, dal dibattitto mai scontato, che in questi mesi abbiamo condotto sul tema delle missioni estere, che gli organismi internazionali ci chiedono. A partire dalla Libia, l’ultimo di cui stiamo discutendoi, dove in questa fase, alla fine, è stato preferito un impegno più circoscritto, limitato, senza inutili sacrifici di vite e di risorse. Perché prima di tutto dobbiamo assicurare a voi, che vi impegnate nei teatri delle missioni estere, l’incolumità.
E il nostro impegno è anche nel lavoro che in questi mesi ha affrontato la Commissione d’inchiesta, di cui pure faccio parte, la Commissione d’inchiesta sui casi di morte e di malattia grave successivi all’esposizione da uranio impoverito, da amianto o alla somministrazione di vaccini. Sta per essere approntata la relazione di metà mandato della Commissione, da cui scaturirà la nuova legge che vogliamo approvata entro questa Legislatura, che dovrà impedire per il futuro quanto accaduto in questi decenni: i nostri soldati, e anche il personale ausiliario, e il personale civile, impegnati nelle missioni all’estero o presso i poligoni di tiro sul territorio nazionale, soggetti a contaminazione per esposizione senza adeguate protezioni.
Care donne e cari uomini di fanteria, alle tante vite spezzate di quelle generazioni che vennero mandate in guerra, al loro sacrificio, alla loro abnegazione, noi dobbiamo la rinuncia definitiva all’orrore che essi conobbero, all’orrore della guerra a cui vennero condannati. Perché quell’orrore non abbia più a ripetersi. Mai più guerre dunque! Per voi, per noi tutti, per i nostri figli!