I giorni del terremoto del Friuli

Ricordo esattamente cosa davano alla televisione quella sera: un film che era ambientato in Russia e narrava di un tesoro, certi diamanti mi pare, nascosti dentro a delle sedie. Ricordo il pesante lampadario a gocce della sala che oscillava. E il sottile rumore del pietrisco smosso all’interno dei muri del condominio in cui abitavamo, il vecchio condominio di Piazza Stazione a Desenzano. E tuttavia avvertii la scossa più nella paura dei miei genitori, che spinsero noi bambini verso le scale, di corsa. Nel terrore non ebbi il tempo di avvertire altro. Il Friuli non era lontano, giusto due ore e mezza d’auto, e Desenzano si riversò tutta quanta in strada quella sera del 6 maggio del ‘76. Le comunicazioni erano precarie e alla televisione, a rassicurarci, apparve un sorridente Bernacca, il colonello dell’Aeronautica militare a cui ogni sera erano affidate le previsioni del tempo. Le notizie vere sarebbero giunte solo il giorno dopo, le distruzioni, i morti. La maestra a scuola ci fece raccontare, doveva intuire che era importante per noi bambini di quinta, parlarne, discuterne, e sfogare quella paura che era esplosa improvvisa e non se ne voleva andare del tutto. Nei giorni successivi le immagini in bianco e nero della televisione ci avrebbero raccontato le macerie e il dolore dei sopravvissuti. Ho ancora in mente il racconto di una mamma che era rimasta sotto la propria casa coi suoi due bambini, uno era sopravvissuto, l’altro era morto. E poi il Paese che si muoveva per i soccorsi, il lavoro instancabile degli Alpini, Moro che visitava le città devastate. La Protezione civile sarebbe nata proprio da quella tragedia. E se anche vi sembrerà retorico e non sarete tutti d’accordo, io penso che prima ancora che nelle piazze riunite dai sindacati a manifestare contro le BR, nelle ore successive a via Fani due anni dopo, io penso che ci riscoprimmo Comunità proprio in quei giorni drammatici, i giorni del terremoto del Friuli.