Dal Manifesto di Ventotene alla Carta di Nizza. L’Unione europea di domani sarà multietnica e multiculturale, oppure semplicemente smetterà di esistere.

E’ nel momento più oscuro della nostra Storia recente, quando la guerra incendia il continente e il nazifascismo pare non incontrare ostacoli, che Altero Spinelli ed Ernesto Rossi nella solitudine del confino trovano il coraggio di un sogno. Ché talora anche solo sognare richiede coraggio. Il sogno di un’Europa nuova in cui riporre le speranze per il mondo di domani, dopo la tragedia della guerra e dopo la Shoah. In quel sogno, il Manifesto di Ventotene, l’Europa che sarebbe venuta, trovava i propri principi costituenti nella pratica della pace, nella collaborazione fra i popoli, nella limitazione delle sovranità nazionali, per un più compiuto governo europeo. Da quel sogno si sarebbe sviluppato un dibattito articolato e trasversale fra le forze politiche italiane. Con discussioni anche accese, anche all’interno dei Partiti antifascisti, che erano ancora in clandestinità ma che si apprestavano con la Guerra di Liberazione, a ripristinare nel nostro Paese la democrazia. E una vasta discussione si sarebbe sviluppata in tutta Europa, dall’Italia alle prese con la ricostruzione, alla Germania che si trovava al suo Anno 0, alle forze vincitrici del conflitto. Quasi tutti gli Stati, in vario modo, quasi tutte le forze politiche, in vario modo, capivano che solo la nascita di una forte rete di collaborazione fra gli Stati, che andasse al di là della tradizionale diplomazia, dei tradizionali trattati, avrebbe potuto scongiurare una nuova tragedia, dopo ben due guerre mondiali che nel continente europeo avevano trovato la propria origine.
Il Manifesto di Ventotene fu al centro della riflessione politica dei leaders europei del Dopoguerra, e il Trattato di Roma con cui nacque la Comunità economica europea, il nucleo originario dell’Europa unita, fu in qualche modo influenzato da quella visione. D’altro canto, a mio avviso, la nascita della Comunità europea su basi esclusivamente mercantiliste, finì per mortificare l’intuizione di Rossi e Spinelli, che guardavano all’Europa proprio come al superamento di qualsiasi forma d’imperialismo. E ciononostante l’Europa gradualmente, Trattato dopo Trattato, con un percorso durato decenni, è riuscita a mutare profondamente la propria natura, ha acquisito una sua fisionomia nuova e compiuta. Vent’anni dopo i Trattati di Roma il Parlamento europeo viene eletto a suffragio universale. Nel 1985 viene siglato l’Accordo di Schengen, che prescrive per la prima volta nella storia europea, la progressiva eliminazione dei controlli alle frontiere, sia per le merci che per le persone, anche se limitatamente ad alcuni stati. Il Trattato di Maastricht nel 1992 supera definitivamente l’assetto dei Trattati di Roma, gettando le basi per l’unione economica e monetaria, ma ancora senza sancire una vera unione politica. E finalmente il Trattato di Lisbona nel 2007, pur senza essere ancora un’autentica Costituzione europea, pur senza riuscire ancora a superare l’idea di Europa come unione di stati sovrani, istituisce l’Unione europea recependo la Carta di Nizza. Quella Carta che nel 2000 aveva solennemente proclamato i diritti fondamentali che ogni Stato europeo doveva riconoscere. L’Unione europea che già era una realtà politica di primaria importanza, protagonista della scena politica internazionale, capace d’influire concretamente con le proprie scelte sulla vita di milioni di cittadini europei, diventa la casa comune dove libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, cittadinanza, giustizia, avrebbero dovuto trovare realizzazione. E non mere enunciazioni di principio, ma autentici diritti che tutti gli Stati europei dovevano impegnarsi a riconoscere e tutelare. Tutto questo avrebbe dovuto essere l’Unione europea nata dal Trattato di Lisbona. Dunque: il Manifesto di Ventotene, la Carta di Nizza, il Trattato di Lisbona. E noi scorrendo questi eventi, leggendo questa narrazione lunga decenni, dovremmo avere davanti agli occhi, ad ammonirci, le trincee e i campi di battaglia della Prima Guerra mondiale, le macerie della Seconda, la Shoah. Ma davanti ai nostri occhi oggi sta scorrendo un’altra Europa, l’Europa che inizia e termina a Lampedusa, l’Europa dei rimpatri di Lesbo, l’Europa del filo spinato di Idomeni. I cadaveri dei bambini sulle spiagge del Mediterraneo. E per il nostro Paese forse l’episodio più evocativo, che non ci saremmo attesi: la minaccia da parte dell’Austria della chiusura del Brennero, l’ennesimo muro proprio su quella frontiera che per noi è stata simbolo di conflitti e lacerazioni storiche.
L’Unione europea può permettersi tutto questo senza tradire la propria storia? Possiamo permetterci tutto questo senza minare le fondamenta stessa su cui si erge la casa europea? Senza tornare indietro all’Europa delle nazioni? Il ritorno alle monete nazionali, alle frontiere, ai nazionalismi, ai conflitti, sono idee che non vengono più propagandate solo dal populismo antieuropeista, ma paiono di nuovo patrimonio di alcuni Governi che da nord a sud, uno dopo l’altro, come in un gigantesco e tragico domino, sotto l’urto dello storico flusso migratorio in atto, stanno chiudendo le frontiere, stanno rendendo impenetrabili i confini.
Per molti Stati europei, soprattutto fra quelli di recente ingresso nell’Unione, l’Europa è ancora ferma a Maastricht. E il peccato d’origine pare proprio l’insufficiente elaborazione dei diritti e dei principi sanciti dalla Carta di Nizza. Fin dal Regolamento di Dublino, che disciplina la procedura d’asilo per i rifugiati, sancendo però che lo Stato chiamato a vagliarne le domande d’ingresso e quindi ad accoglierli, sia esclusivamente il primo Stato in cui essi giungono. Da esso il rifugiato non dovrebbe più muoversi. Senza considerare che spesso egli ha già dei familiari, dei fratelli, un compagno, dei figli, in un altro Stato dell’Unione, familiari a cui egli vorrebbe giustamente ricongiungersi. E dunque quale speranza ha chi fugge da Paesi in guerra di rifarsi una vita, di accogliere altri familiari dispersi o di riunire il proprio nucleo familiare? Abbiamo creato norme che favoriscono la disgregazione delle famiglie, ostacolano l’inclusione, alimentano la diaspora dei popoli. Norme che considerano profughi e rifugiati come dei numeri, e non delle persone. Che credibilità può avere l’Europa che nel momento stesso in cui, con la Carta di Nizza, sancisce solennemente i diritti fondamentali delle persone, finisce poi per circoscriverli ai soli cittadini europei. Se sono diritti fondamentali non vanno sanciti, riconosciuti, assicurati a tutti? E dopo Dublino la situazione è peggiorata. Il piano di accoglimento di 150.000 rifugiati dall’Italia e dalla Grecia verso gli altri Paesi europei, sta fallendo per la lentezza della burocrazia. Burocrazia che i pur necessari controlli dettati dalla lotta al terrorismo, possono spiegare solo in parte. In ultimo sono arrivati i recenti accordi con Ankara per i rimpatri di massa, che peseranno a lungo sulle nostre coscienze.
L’Europa oggi si chiede se può sopravvivere all’imponente migrazione di popoli che è in corso. E per questo tenta di fermarla. Sbaglia, perché si tratta di un evento storico che non può essere fermato, può essere solo gestito e va gestito al meglio. L’Europa meglio farebbe a chiedersi se può sopravvivere alle politiche che una parte di essa sta realizzando, al rifiuto dei diritti, alla negazione dei principi di solidarietà. Un’Europa così, un’Europa del filo spinato e dei muri, nega se stessa, nega il patrimonio genetico con cui è nata, ed è destinata a imbattersi di nuovo nei peggiori fantasmi della sua storia, in una nuova orribile notte. Possiamo ancora evitarlo rivedendo le politiche, aprendo le frontiere, con un’accoglienza certo non indiscriminata, ma generosa, autenticamente ispirata a quei diritti che la Carta di Nizza aveva sancito solennemente. L’Unione europea di domani sarà multietnica e multiculturale, oppure semplicemente smetterà di esistere.