A distanza di 48 anni dall’assassinio di Martin Luther King continua la sua lotta, che non guarda semplicemente al raggiungimento di obiettivi immediati, ma alla costruzione dell’uomo nuovo

48 anni fa veniva assassinato Martin Luther King. A più riprese in questi cinquant’anni, e soprattutto in occasione delle Presidenziali Usa del 2008, si è tentato di associare il suo nome a questo o a quel movimento politico, questo o quel partito politico. L’intento dei Repubblicani nel 2008 era chiaro: spingere Martin Luther King nella grande famiglia del marxismo internazionale, per poi gettare discredito su Obama che proprio nel 2008 correva per la Casa Bianca e dichiaratamente s’ispirava a molta parte del percorso politico del pastore battista. L’intento non riuscì per il semplice motivo che Martin Luther King, che pure aveva studiato e letto le opere di Marx, non condivideva il materialismo storico, così come si mostrava fortemente critico nei confronti di molti aspetti dell’economia capitalistica. In realtà pochi sono i leader politici americani che possono essere annoverati per carisma, per militanza e attivismo, a Martin Luther King. Martin Luther King fu a tutti gli effetti un leader politico. Ma non appartenne a nessun partito politico e nessun movimento ideologico o politico può impossessarsi della sua militanza. Le parole con cui possiamo declinare il suo percorso politico sono: uguaglianza, parità, diritti, nonviolenza, dialogo, libertà, pace, amore.

«Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale, non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza, che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo».

Queste sono le parole di un leader politico, indubbiamente, ma sono prima di tutto le parole di un uomo di Chiesa, di un pastore protestante.
Nel suo discorso più famoso “I have a dream”, con cui intervenne all’imponente Marcia su Washington, Martin Luther King rivolge un toccante inno al proprio Paese che amava e che, dichiarò, aveva tradito i propri principi costitutivi e il Proclama sull’Emancipazione di Lincoln. Incontra e stringe la mano ai Kennedy, e poi, a conclusione di quella storica giornata, pronuncia il discorso. Non è un’apologia del conflitto, non si risolve in una sterile recriminazione, ma è sicuramente un appello alla lotta nonviolenta per il raggiungimento degli obiettivi dell’uguaglianza e della libertà.

«E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!
Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza».

Queste parole che Martin Luther King pronunciò a braccio, trovano chiaramente una fonte e un’ispirazione diretta nel discorso delle Beatitudini. Senza di esso non sarebbe nemmeno concepibile il Cristianesimo. E non avremmo avuto Martin Luther King. Alla nascita di mia figlia Aurora, durante il culto valdese con cui venne battezzata, fu questo discorso che scegliemmo come Professione di fede.

«E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie, Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente».

«Siamo liberi finalmente»… Non era così, non ancora. Ma appunto King aveva davanti agli occhi non un semplice percorso politico, ma un futuro dove uguaglianza, amore e libertà non sarebbero stati più un glossario di utopie, ma obiettivi raggiungibili, a portata di mano. Per questo fu un discorso di enorme potenza visionaria ed eversiva. Passerà ancora qualche anno prima della sua morte, ma in quel discorso vi sono già tutte le ragioni che mossero i suoi assassini. Sono convinto che se King fosse stato uno dei tanti leader politici della sua stagione, non sarebbe andato incontro a quella morte. Ma King non era un normale leader politico, non era ascrivibile a nessun movimento politico, la sua forza era la forza della Fede e per questo faceva paura. Se gli fosse stato consentito di andare avanti col suo irresistibile attivismo, la storia degli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni sarebbe stata diversa. E anche la nostra.
Uccidendolo si tentò di fermare un cammino che ormai non riguardava più semplicemente la lotta all’apartheid. La marcia su Washington non fu semplicemente una marcia per i diritti dei neri, ma divenne la marcia per tutti i diritti di tutte le minoranze, la marcia contro la guerra nel Vietnam, la marcia per l’uguale salario a parità di condizioni, la marcia per i diritti delle donne. In quell’inno alla libertà, alla fratellanza, alla nonviolenza, che fu il discorso di Martin Luther King, venivano riaffermati, una volta per tutte, dei principi che sarebbero stati capaci di cambiare la storia degli Stati Uniti. Uccidendo Martin Luther King, quel programma venne rallentato, ma non fermato. Si può essere critici verso la Presidenza Obama e molte sue scelte, ma senza Martin Luther King oggi non avremmo nessun Obama.

Quella sua lotta non è ancora terminata, continua ancor oggi, perché non si ferma al raggiungimento di obiettivi immediati, ma guarda alla costruzione di un uomo nuovo. E come tale riguarda tutti noi, giorno per giorno.