La sofferenza della mamma di Giulio Regeni c’interroga tutti e si fa desiderio comune di giustizia

Io credo che l’unificazione europea sia un processo ormai definitivo e nonostante i tanti ostacoli – le scelte assunte in campo finanziario, non condivise da tutti gli stati; la crisi economica di questi anni; la politica di accoglienza ai profughi in fuga dal Medio Oriente, rigettata da molti Governi – il futuro che ci attende sarà sempre più l’Europa unita. Ché se così non dovesse essere, il continente sarebbe destinato a rivivere le sue tragedie degli ultimi duecento anni.
Ma ci sono vicende, storie, eventi in cui il Paese non può dimenticare di essere prima di tutto una comunità, accomunata da una storia comune, dalla memoria di tragedie sofferte in comune e di soddisfazioni condivise in comune, proprio come una famiglia, per quanto questo ci possa sembrare retorico. Vicende, storie, eventi che ci devono indurre a presentarci sulla scena internazionale, e in prospettiva davanti alla Storia stessa, come una comunità unita, mettendo da parte per una volta egoismi di classe, divisioni politiche e rancori storici. Il caso Regeni, la drammatica testimonianza della madre che in queste ore sta scuotendo l’opinione pubblica, c’impone di fare piena luce sulla verità. Ma prima di tutto c’interroga sull’unità del Paese, come avvenne quasi novant’anni fa quando a subire una palese ingiustizia furono Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, i due anarchici ingiustamente accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina a Boston. Fino alla fine, fino alla loro esecuzione sulla sedia elettrica, l’opinione pubblica italiana (e non solo) si mosse unita a chiedere che venissero scagionati. Il caso Regeni oggi ci chiede uguale unità e solidarietà.
La seconda considerazione investe il Governo, poiché se ognuno di noi è interrogato a una solidarietà che deve discendere dal nostro stesso appartenere a una comunità, al Governo invece non spetta semplicemente adoperarsi perché sia fatta piena luce sull’omicidio del giovane ricercatore italiano, come accadrebbe per qualsiasi connazionale ucciso all’estero, al Governo tocca anche una ferma presa di posizione nei confronti delle Autorità egiziane, soprattutto dopo la dozzinale messa in scena dei documenti di Regeni ritrovati nel covo dei banditi uccisi nel blitz della polizia egiziana, ma che, è ormai certo, nulla avevano a che fare con Giulio Regeni. Vi è stato un tempo a noi non lontano in cui, fra le varie opzioni di politica internazionale a disposizione dei Governi occidentali, vi era pure l’isolamento economico e commerciale dei Paesi che palesemente violavano le libertà individuali e i diritti della persona. Raramente, dobbiamo riconoscerlo, si rivelarono scelte efficaci perché l’isolamento quasi mai era condiviso da tutta quanta la comunità internazionale oppure perché, a dispetto di tutto, la dittatura mostrava una sua longevità che induceva col tempo i vari Paesi ad allentare l’isolamento o a farlo decadere del tutto. La Spagna di Franco ben presto diventò meta turistica del Dopoguerra, facendo dimenticare a molti quello che realmente era: una brutale e sanguinaria dittatura. E una certa risoluta durezza con cui a un certo punto i Governi italiani presero a trattare le dittature dell’America latina, che nei propri confini nazionali perseguitarono e uccisero anche molti nostri connazionali, non impedì la celebrazione di un Mondiale di calcio in Argentina, a cui partecipammo anche noi italiani con la consueta passione. E dopo la tragedia di Tienanmen, dopo lo shock delle prime settimane, dei primi mesi, i Paesi occidentali tornarono a fare affari con quella che si affacciava sullo scenario internazionale come una potenza economica di primo livello, con cui non si poteva non fare affari. E per l’Italia fu Giulio Andreotti, all’epoca ministro degli Affari esteri, a rompere quello che molti all’epoca giudicarono un tabù. Eppure almeno in un caso l’embargo internazionale fu risolutivo: il Sudafrica che stretto fra l’isolamento internazionale e l’opposizione interna, ormai sull’orlo della guerra civile, decise di abbandonare per sempre l’apartheid. Eppure anche quando si trattava di scelte di politica internazionale inefficaci, anche quando non serviva a niente rompere i rapporti con Paesi retti da dittature e governi autoritari, sapere che noi con quei Governi non avevamo nulla a che fare, ci faceva star bene, ci rendeva fieri d’essere italiani. Non c’illudiamo: si tratta di soluzioni di politica internazionale che oggi più che mai sarebbero destinate a rivelarsi inefficaci, per i canali e la rapidità con cui si effettuano gli scambi commerciali e finanziari. Eppure rompere i rapporti con Paesi retti da Governi autoritari, dovrebbe essere ancora un’opzione atta almeno a salvare, davanti alla Storia, la dignità di Governi e Paesi interi. Il caso Regeni ci deve almeno interrogare se non sia questo uno di quei casi.
Una terza riflessione riguarda la politica interna e in particolare una parte delle forze politiche di Sinistra di questo Paese. Giulio Regeni era un nostro connazionale, ed era prima di tutto una persona. La categoria “persona” in politica, l’ho già scritto tante volte, va trattata con grande delicatezza e grande attenzione. Dobbiamo chiedere giustizia e verità per Giulio. Giulio, la sua vita spezzata, le sue speranze giovanili infrante davanti alla brutalità dei suoi assassini, impongono a tutti noi e al Governo, responsabilità e avvedutezza. E’ un peccato tuttavia che qualcuno utilizzi Giulio, come l’ennesima arma da brandire contro il Governo. A Sinistra molti non hanno ancora interiorizzato la categoria “persona” o pensando in ultimo di averla fatta propria, non si accorgono di averne fatto solo un’ideologia, l’ennesima.
Tutti noi in queste ore abbiamo ascoltato il dolore accorato e dignitoso della madre di Giulio. Anche questa è una storia segnata dalla sofferenza di una donna. La stessa sofferenza dignitosa di tante madri, di tante compagne, di tante donne che nella storia di questo Paese, nelle più diverse vicende, ci hanno interrogato, talora in modo silenzioso, talora con parole di sfida. Tante storie di sofferenza che possiamo solo immaginare, ma che non potremo mai conoscere veramente, perché ogni dolore umano è una cosa unica, irripetibile. Tante donne, non solo la madre di Valeria Solesin, e tante altre donne protagoniste di vicende della nostra storia recente, ma anche Genoveffa Cocconi, madre dei Fratelli Cervi. O Teresa Gullace, alla cui vicenda s’ispirarono Rossellini e Amidei per la protagonista femminile di “Roma città aperta”. E non a caso ieri la mamma di Giulio per descrivere le torture sofferte dal figlio, usava il termine “nazifascismo”. Ancora una volta, al di là di ogni retorica, è una donna con la sua sofferenza a interrogarci, a farsi sorgente di un desiderio di giustizia che da privato si fa collettivo, a richiamarci sul significato della sofferenza delle donne nella storia privata o, come in questo caso, nelle vicende di tutta una nazione.