Anita, Cristina, Eleonora e tutte le altre

Qualche giorno fa, parlando nella centrale piazza Malvezzi di Desenzano, in occasione della bella celebrazione dell’Unità d’Italia – Buon compleanno, Italia – che ogni anno viene fatta in prossimità del 17 marzo, ricordavo il ruolo da protagoniste che le donne ebbero nel Risorgimento e di come quel ruolo venne presto messo in sordina. Donne di tutte le classi sociali, donne colte, intellettuali, ma anche donne del popolo, donne che parteciparono al Risorgimento scrivendo, pubblicando alla luce del sole, arrivando talora a stringere accordi segreti, donne che sacrificarono ingenti patrimoni per la causa risorgimentale, finanziando la sollevazione, ma anche donne patriote, guerrigliere, donne che non avevano nulla da sacrificare salvo la propria vita e lo fecero sulle barricate o sul patibolo. Ricordavo a Desenzano, e anche oggi sui social network, due testimonianze in particolare, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e Eleonora Pimental (de) Fonseca. Il Risorgimento visto con gli occhi delle donne fu prima che una lotta per l’unificazione del Paese, una battaglia durata decenni per affrancare le classi meno abbienti della Penisola dalla povertà, dall’analfabetismo, dalla mortalità infantile, e anche dallo stato di sottomissione delle donne. Prevalse la convinzione opposta, prevalse in un certo senso il Risorgimento con gli occhi degli uomini, l’idea che tutto questo sarebbe arrivato con l’unificazione geografica, come sua conseguenza inevitabile, suo risultato finale. E così non fu.
La donna che più di tutte divenne simbolo del Risorgimento vissuto dalle donne, già presso i suoi contemporanei, è Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, che passerà alla storia come Anita Garibaldi. E di lei non ci rimane una sola citazione certa. Salvo, pare, le ultime parole, poco prima di morire, con cui raccomandò al compagno i figli. Indro Montanelli nella sua Storia d’Italia volle ridurne la figura, secondo il classico assioma per cui dietro a ogni grande uomo vi è sempre una grande donna. Ma una donna, beninteso, che sta ben in ombra. Ma Anita non fu così. Anita era una donna forte, anticonformista e ribelle ancor prima d’incontrare Garibaldi: senza preoccuparsi dello scandalo rivendicava i propri diritti davanti alla madre che la disapprovava in tutto. Gli storici in cerca di aneddoti raccontano che rifiutasse di cavalcare all’amazzone, che amasse fare il bagno nuda, che fosse capace di difendersi dai tentativi di violenza. Sicuramente fu sempre al fianco di Garibaldi, mai un passo indietro, mai in ombra, mai sottomessa. Non condivise nulla del compagno, e condivise tutto con il compagno, anche il campo di battaglia: un’autentica guerrigliera. Anche la sua figura tuttavia seguì la sorte delle altre donne del Risorgimento italiano. Non so se, scientificamente, sia lecito domandarsi oggi cosa sarebbe stato di questo Paese, se alle donne fosse stato riconosciuto subito il ruolo che realmente ebbero nel Risorgimento, se il Risorgimento fosse somigliato un po’ più a loro e un po’ meno ai vari Cavour. A me piace pensare che la storia d’Italia sarebbe stata differente.