Darwin, Vendola e il legislatore latitante

2001-Odissea-nello-spazioQuando nel 1859 Darwin pubblica la sua “Origine della specie”, lo scandalo è unanime. Il darwinismo andava a scardinare gli insegnamenti del Cristianesimo sulla creazione dell’uomo. Molte delle Confessioni cristiane che per secoli s’erano scannate in guerre sanguinose, improvvisamente mettono da parte le loro divisioni storiche, in nome di un’interpretazione letterale della Genesi: il Paradiso terrestre, Adamo ed Eva, l’albero della conoscenza… Oggi la cosa ci fa sorridere, ma faceva proprio scandalo che una teoria scientifica risultasse del tutto inconciliabile con la narrazione dell’Antico Testamento. A distanza di centocinquant’anni nessuno si sogna più di sostenere che la Genesi possa essere intesa in modo letterale, fatta eccezione forse per qualche congregazione neoevangelica d’oltreoceano. Eppure al di là delle teorie che un secolo e mezzo fa si disputarono, per così dire, rabbiosamente la Creazione dell’uomo, rimane ancora per intero lo sconcerto di una teoria, il darwinismo, che difficilmente può conciliarsi con la convinzione che la Creazione sia avvenuta per intervento divino. Come spiegare un Dio che dà avvio alla creazione dell’uomo, non con un’azione diretta, ma attraverso le vie imprevedibili dello sviluppo dell’universo, della nascita delle galassie, dello scontro fra materia e antimateria, e poi dell’evoluzione lunga, imprevedibile e imponderabile della vita sulla Terra? Non è possibile. La Scienza mi dice che la vita è il risultato di un’evoluzione che è durata miliardi di anni. Ma la Fede e la Grazia, mi dicono che, anche se non so come, all’origine della vita vi è Dio. E io non rinuncio né all’una né all’altra.
Una lunga premessa, ma riflettevo proprio su tutto questo, in queste ore di roventi polemiche per la nascita del piccolo Tobia Antonio, il figlio di Nichi Vendola e del compagno Eddy Testa. E mi piacerebbe che tutte queste polemiche cessassero, quando questo bambino, fra qualche settimana, giungerà in Italia.
Dunque ancora una volta l’evoluzione della scienza ci pone una nuova sfida: nuove raffinatissime tecniche biomedicali, nuovi protocolli sanitari, e due persone omosessuali che tornano nel nostro Paese con un figlio e una paternità. Non m’interessa rispondere se a tutto questo si possa replicare con un generico divieto, una sanzione più o meno pesante. L’abbiamo fatto in Italia con poca efficacia e infiniti dubbi irrisolti. Certo da Darwin in giù, dovremmo almeno aver imparato che non è possibile bloccare semplicemente la scienza con un divieto, quando la scienza si pone l’obiettivo, con onestà e serietà, di conoscere la realtà, di migliorare la vita, anche se noi possiamo esser convinti che stia facendo il contrario.
Il quesito che io mi pongo però è un altro e ben più stringente, e tocca ancora una volta il rapporto fra scienza e fede. Se all’origine della vita stessa vi è Dio, ma se nel contempo la vita stessa è il risultato di un’evoluzione lunga miliardi di anni, a cui hanno contribuito infiniti fattori, che si sono combinati con variabili altrettanto infinite e apparentemente casuali, possiamo noi stroncare come immorale e riprovevole la nascita che avviene attraverso la tecnica della maternità surrogata, il cosiddetto utero in affitto, in cui cioè la collaborazione dell’uomo alla nascita di un nuovo individuo, raggiunge il suo grado più determinante? Possiamo noi giudicarla come un fatto estraneo a Dio, a cui all’origine non vi è Dio? Un puro fatto meccanicista? E quando si ricorre a questi metodi di procreazione che la scienza mette a disposizione, possiamo noi affermare con certezza che questa genitorialità, che in modo così singolare si manifesta, sarà per forza espressione di egoismo, una cattiva genitorialità? Io credo di no. Io sono convinto che l’amore che è Dio, sia talmente grande da intervenire anche qui. Provate a dimostrarmi il contrario. E essere buoni padri e buone madri può dipendere da altro, può essere tanto altro. Quanti cattivi genitori in famiglie per così dire tradizionali?

Un’altra riflessione. L’Avvenire è solo uno dei tanti quotidiani che hanno analizzato questa vicenda con logica stringente e senza scontare nulla ai suoi protagonisti. Molte delle argomentazioni utilizzate sono serie, circostanziate, e non hanno nulla a che fare con certe volgarità che sono girate su altre testate. Ma quello che più mi ha colpito è proprio questa logica ferrea nell’analizzare e nel condannare una vicenda che a dispetto dei suoi protagonisti, è tanto personale. Un impianto razionale del ragionamento, discendente forse dal miglior neotomismo. E tuttavia quando mai una nascita può esser considerata figlia della logica? Cosa c’è di logico e di razionale nella nascita di un bambino? Cosa c’è di logico e razionale nel modo in cui viene concepito un bambino? E mi viene da pensare, così all’improvviso, da credente, che la stessa vicenda del Salvatore del mondo, il modo insolito con cui è stato concepito, ben lungi dal fare paragoni affrettati e blasfemi con questa vicenda, dovrebbe perlomeno ammonirci che la vita è davvero un mistero, fin dall’istante in cui viene concepita, fin dal modo con cui viene concepita. Ed è, ancora una volta, l’incontro fra una volontà trascendente, un atto umano, e una serie infinita di casi e di combinazioni. E anche prescindessimo da Dio, sappiamo che qui abitano le passioni, i sentimenti dell’uomo. Noi possiamo pensare che anche alle passioni, ai sentimenti degli uomini possa essere riconosciuta una dignità irrinunciabile? O dobbiamo pensare che i sentimenti e le passioni siano materia solo per romanzi e rotocalchi? I sentimenti possono essere intesi come oggetto di diritti che attendono, che pretendono un riconoscimento giuridico o vanno semplicemente mortificati, sanzionati?

Ma mettiamo per un momento da parte Dio, mettiamo da parte i sentimenti. Vi è un terzo tema stringente a cui la vicenda ci sfida, forse il più importante. E lo affronto in punta di piedi, quasi scusandomi, perché ho imparato che vi sono temi a cui solo le donne possono dare una risposta compiuta. Questo è uno di quelli: il tema della maternità surrogata come nuova forma di sfruttamento delle donne, del corpo delle donne. E siamo al cuore del problema. Non conosco del tutto la vicenda di Vendola, ma conosco Vendola a sufficienza da poter dire che lo sfruttamento del corpo delle donne ha sempre avuto un posto speciale nel suo impegno politico. Trovo quindi del tutto fuori luogo le accuse di ipocrisia che a Vendola sono state rivolte. La mia scelta di lasciare a suo tempo Vendola e il suo partito politico, la mia comunità politica, scelta tuttora dolorosa, credo mi metta al riparo da qualsiasi accusa di partigianeria.
Nel merito io sono convinto che la maternità surrogata possa essere effettivamente uno strumento di sfruttamento delle donne e del loro corpo. Nelle parole della Corte europea «la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, deve essere proibita». Tuttavia l’orizzonte irrinunciabile che dobbiamo sempre aver presente, rimane a mio avviso la libertà della donna. E’ lecito ipotizzare che vi siano casi caratterizzati da una verificata libertà della donna che dona il proprio utero, da una comprovata consapevolezza della donna, in cui la maternità surrogata si può sottrarre a qualsiasi rischio di sfruttamento. E che ci piaccia o no, è la donna a dover decidere cosa fare del proprio corpo, del proprio utero. Una scelta, beninteso, che non la esenta da una valutazione etica severa, ma all’origine vi dev’essere sempre la sua irrinunciabile libertà. La maternità surrogata non è necessariamente sinonimo di sfruttamento della donna, di abuso del suo corpo. In America esistono da tempo associazioni che si occupano della donazione della maternità. E io ripenso spesso con tenerezza a quel battesimo in una Chiesa valdese di Roma, qualche anno fa: il neonato affiancato dai due papà e da due madrine, la donatrice dell’ovulo e la donna che lo aveva portato in grembo.
Tutto questo, è evidente, rende semmai ancor più urgente un intervento legislativo che non sia il mero divieto. La latitanza del legislatore italiano in questa materia è inaccettabile e dura da troppo tempo. O dobbiamo pensare che tutto si debba risolvere nel rigetto, nel divieto, nella sanzione? Esiste uno spazio di discussione e d’intervento, o siamo ancora alla guerra senza quartiere contro il darwinismo?

A dispetto di tutto, questa è una vicenda che ha a che fare con i sentimenti più intimi dell’uomo: la paternità e la maternità. E commentare queste scelte imporrebbe una delicatezza, una discrezione, che purtroppo sono mancati in queste ore. Presto ci dimenticheremo di Tobia Antonio, i giornali lo scorderanno – me lo auguro – , questo bambino crescerà e un giorno gli sarà narrata la sua storia e la comprenderà con l’unico linguaggio che in questi casi conta: il linguaggio dell’amore che i suoi genitori gli avranno donato. Comprenderà molto meno i commenti apparsi sui giornali di questi giorni, i giudizi sui social network, le condanne senza appello, ma inevitabilmente pure con essi dovrà confrontarsi. Forse ne soffrirà, ma alla fine supererà tutto. Perché avrà dalla sua l’unica cosa che alla fine conta: l’amore. E stando a quanto c’insegna Paolo di Tarso, uno che di giudizi e di condanne se ne intendeva, l’amore tutto tollera e tutto sopporta. E quando tutto verrà meno, rimarrà solo l’amore, perché al di là delle nostre angosce quotidiane, delle nostre piccole leggi e delle convinzioni miopi che abbiamo, incapaci come siamo di scrutare il futuro, al di là di tutto solo l’amore dura.