La fedeltà degli amanti

Nel breve tour alla Camera che dedico, quando mi è consentito, agli amici che mi vengono a trovare, mi piace osservare il loro stupore nello sguardo che si apre improvviso dalle tribune davanti allo spettacolo dell’Aula; mi piace farli passeggiare nel maestoso Transatlantico, e anche spiarne l’immancabile delusione del caffè alla Buvette. Ma quello che più mi piace, anche se non possono intuirlo, è mostrargli lo scalone di rappresentanza, e ricordare che lì si consumò il primo gesto di tenerezza fra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti: una carezza leggera posata sui capelli di lei. Più tardi sarebbero arrivati i pettegolezzi sui rotocalchi, e le reprimende moraliste a mezza bocca, del Partito: la battaglia per il divorzio era ancora lontana, famiglia e fedeltà coniugale erano valori intoccabili e accomunavano in quello scorcio di Dopoguerra che si avviava verso gli Anni ’50, Chiesa cattolica e Partito Comunista. Anche se poi a finire in galera per adulterio, era sempre la donna. Alla Iotti andò bene: non era sposata. E la storia d’amore fra i due politici rimane ancor oggi una narrazione bellissima, che mi ha sempre commosso.

Andò peggio, qualche anno più tardi, a Giulia Occhini, la donna per cui Fausto Coppi perse la testa. Erano entrambi sposati, ma a finire in galera per adulterio fu lei, quella che i giornali avevano soprannominato la “Dama bianca”. Ma, come scrivevo qualche giorno fa, quando due persone si amano, lo capisci dallo sguardo con cui guardano il mondo. L’amore è sempre una sfida al mondo, alle avversità dei giorni, alle convenzioni, alla vita stessa. La storia d’amore fra Togliatti e la Iotti, coraggiosa e irrimediabilmente intrecciata alla loro passione politica, sta lì a ricordarcelo. E anche la determinazione con cui Coppi e la Occhini seppero sfidare le convenzioni in quella società così arretrata. Ai funerali di Fausto Coppi, alla donna che il campione amava e per cui aveva cambiato la propria vita, venne riservato l’ultimo banco, in fondo, vicino all’uscita. Fino all’ultimo non le venne perdonato l’adulterio, in quell’Italia da cui ci separano solo pochi decenni. E che mi sembra più vicina oggi, in cui all’improvviso, s’è tornato a parlare di fedeltà coniugale, come conseguenza inattesa di tutto il dibattito sulle unioni civili. E quella figura esile, velata di nero, ai funerali del compagno di una breve stagione, mi pare all’improvviso più attuale di quanto non immaginassi. Ma la fedeltà è un valore quando è una libera scelta e discende dall’amore. E, come sappiamo bene, non ha necessariamente a che fare col vincolo coniugale. Quando viene imposta per legge, fra gli obblighi coniugali, condizione di un contratto, a me pare ancora l’ennesimo degli strumenti messi apposta per sottomettere la donna in una società storicamente tutta declinata al maschile. E’ tempo di cancellare quest’obbligo, non per negare il valore che può avere, quando è una libera scelta, ma per cancellarne una volta per sempre il retaggio maschilista.