I bambini ci guardano

Nei mesi scorsi mi sono trovato nella circostanza inconsueta e imprevedibile di studiare, riflettere e consegnare il mio voto a due importanti provvedimenti licenziati da questa Legislatura – il cosiddetto Divorzio facile, e poi il Divorzio breve – negli stessi mesi in cui con mia moglie abbiamo deciso di separarci. È la prima volta che ne parlo pubblicamente, e lo faccio con la medesima serenità che ha segnato la nostra decisione. Eravamo ancora nel 2014 e a quanti mi chiedevano, le amiche e gli amici veri, quelli non avvezzi a emetter facili sentenze, ero uso rispondere in quei giorni che si trattava di una “separazione scandinava”, a significare la serenità e la tranquillità della scelta: il coraggio e la lucidità nel guardare a una realtà ormai non più appagante, la consapevolezza di una stagione della vita che si concludeva, gli inevitabili bilanci, e sopra a ogni cosa la determinazione risoluta di salvaguardare la serenità delle bambine, la loro età dei giochi e delle prime domande, quell’infanzia che segna ogni essere vivente, che richiede un ambiente sereno e che consapevolmente o inconsapevolmente, col suo bagaglio di esperienze, ci conduce per mano lungo tutta la nostra vita. Tutto doveva essere sereno e tranquillo, fin dalla prima decisione da prendere: continuare un rapporto che ormai s’era inaridito e inaridiva i nostri giorni, e alla fine ci avrebbe condotto al risentimento reciproco e al risentimento verso la vita, finendo per compromettere l’educazione stessa delle figlie, oppure affrontare la realtà e provare a cercare un nuovo equilibrio, una nuova prospettiva da cui guardare le cose? Poiché l’educazione delle bambine e dei bambini ha sempre a che fare con la ricerca di una stabilità alla gioia, non una stabilità all’istituzione.
Sul piano personale tutto questo andò a impattare anche con le scelte che ci apprestavamo a prendere in quei giorni alla Camera e con le posizioni che la Maggioranza alla fine assunse, adeguando finalmente la nostra legislazione a quella dei Paesi occidentali più evoluti, in tema di separazione e divorzio. Posizioni che feci mie solo dopo adeguata riflessione, passando tutto al vaglio della coscienza, come tutte le decisioni che ho preso in questi tre anni di Legislatura, alcune più semplici, altre molto molto sofferte.
La stessa sfida oggi il Parlamento si appresta ad affrontarla per un altro provvedimento cardine del nostro Diritto familiare: le unioni civili, con quel corollario fondamentale e caratterizzante che è la cosiddetta Stepchild adoption, come si sa la possibilità all’interno di una coppia omosessuale, per uno dei membri della coppia, di essere riconosciuto genitore del figlio biologico o adottivo del compagno.
Tutti i provvedimenti che il Parlamento affronta incidono sulla vita delle persone, e questo consegna o dovrebbe consegnare una responsabilità drammatica a noi che in Parlamento sediamo. Ma quando si tratta di provvedimenti di questa fattezza, tocca al legislatore andare a incidere nella carne viva di persone, famiglie, società: una responsabilità che personalmente da tempo mi ha tolto il sonno, ma che sto affrontando giorno per giorno, con coraggio e facendo affidamento sull’amicizia e il sostegno di molte e molti di voi.
Sono provvedimenti che toccano le radici dell’esistenza e che dunque impongono un’analisi alle radici dell’esistenza. Non si trattava, per il divorzio, di decidere semplicemente, sulla durata e la decadenza di termini, sull’insorgenza di diritti, su rapporti e interessi pecuniari. Si trattava prima di tutto di rispondere a domande cruciali nell’esistenza degli individui, concernenti la felicità individuale, la ricerca di un senso all’esistenza, la migliore cura da adottare a quella che rimane una situazione traumatica come una separazione. E su tutto, ancora una volta, l’organizzazione di una condizione di vita quanto più possibile serena e privilegiata all’educazione dei figli, i cittadini di domani. Questo valeva per il legislatore del 1970, e ha riguardato pure noi che sediamo oggi in Parlamento.
Gli stessi quesiti si pongono adesso in tema di unioni civili. Non si tratta soltanto di dare riconoscimento, per la prima volta in questo Paese, a diritti prima negati, fino ad andare a circoscrivere situazioni e rapporti inediti al nostro Ordinamento. Ma anche in questo caso si tratta di dare giusta collocazione a un’ineludibile sete di affettività, e prima ancora a una disperata ricerca di felicità. Felicità che non può essere negata a nessuno, né può essere rinviata a un avvenire indefinito o addirittura a un futuro immanente.
Personalmente non ho risposte assolute da dare, e non posso dire che il dubbio non abiti le mie giornate. E tuttavia ho avuto la fortuna di fare incontri ed esperienze di vita, non necessariamente legati alla politica, che oggi mi fanno dire che la ricerca della felicità compete a ogni individuo nella libertà e nel rispetto reciproco, pur nelle rispettive situazioni di partenza e condizioni di vita a volte molto differenti. E compito di ogni percorso educativo dev’essere la coltivazione di doti e capacità che un giorno permettano a ogni bambina e bambino la ricerca di un senso alla propria esistenza, poiché non vi è peggiore infelicità di una vita vissuta senza il riconoscimento di un senso all’esistenza. Fallimentare è quell’educazione che non si ponga prima di tutto questo obiettivo. Ma prima di ogni altra cosa: la costruzione di un rapporto di vita appagante e sereno, generatore esso stesso della felicità personale; così come, all’opposto, la possibilità di sciogliere un sodalizio di vita, un matrimonio, una convivenza non più appaganti, certo in modo prudente e responsabile, ma senza nemmeno inutili lungaggini, costituiscono tutti principi ineludibili, che nessun Ordinamento civile può ormai negare. E nessuno può ergersi, in nome di un Ordinamento naturale delle cose, a giudicare i sentimenti, le scelte di vita, la ricerca della felicità cui ogni individuo ha diritto. La stessa educazione dei figli impone prima di tutto un ambiente sereno di vita, in cui coltivare sereni affetti e teneri legami. La separazione dei genitori si riflette sui figli e comporta sempre dei costi all’educazione dei figli, ma non c’è pedagogia che oggi non ritenga perfettamente superabile simile frattura, al contrario di un rapporto coniugale ormai inaridito e procrastinato all’infinito, questo si destinato a lasciare ferite indelebili sui figli. Le indissolubilità, le penitenze, i sacrifici possono essere libere e anche rispettabili scelte individuali, ma non possono essere imposti a nessuno come scelte di vita da uno Stato confessionale o da un Ordinamento antiquato e miope. E dunque con queste convinzioni ho consegnato il mio voto alla riforma del divorzio, con la stessa ponderazione e la stessa serenità con cui avevo preso decisioni inerenti la mia vita privata. Giacché non dev’essere l’uomo a chinarsi alla norma. E la norma che deve abbracciare l’individuo, la sua sofferenza, la sua personale ricerca della felicità. Allo stesso modo consegnerò il mio voto favorevole alla legge che mi auguro possa finalmente consegnare al nostro Paese il riconoscimento pieno delle Unioni civili. Ancora una volta nella convinzione che non vi è bussola più efficace alla ricerca della propria felicità, della coscienza individuale. Nessun Ordinamento può ergersi a dare definizione all’amore fra le persone, poiché esso compete alla sfera sovrana della coscienza individuale. Un simile Ordinamento meriterebbe il nostro disprezzo. Al pari del compatimento che merita quell’individuo che per mancanza di coraggio o per quieto vivere o per interessi personali o in nome di un’ideologia, decida di privarsi dell’amore o di rinviare senza limite la conclusione di un rapporto ormai privo di amore. Al legislatore spetta creare le condizioni più efficaci alla ricerca dell’amore e della felicità. Ma alla persona spetta cercare e realizzare amore e felicità. Quando mi appresterò a votare a favore della legge sulle unioni civili, saprò che sto partecipando alla felicità individuale e alla ricerca di un senso alla vita delle persone. E lo farò con gioia.