Quarant’anni senza Pasolini

Sulla scena del delitto di Ostia, quella notte di quarant’anni fa, non ci dovevano essere solo lui, il Poeta, e Pino Pelosi, il ragazzo di borgata. Se fosse stato così, Pasolini probabilmente avrebbe avuto ragione del suo aggressore solitario. No, dovevano essere di più quella notte. E la scena possiamo immaginarla, ricostruita da fiumi d’inchiostro in questi quarant’anni, ricomposta nei referti del medico legale delle inchieste più recenti: il Poeta scaraventato fuori dall’Alfa 2000, la sua solitudine nella notte in cui era sprofondato il Paese, i carnefici a immobilizzarlo nella sabbia, la mattanza di sudore e di sangue, la risacca che si faceva sempre più distante mentre la vita se ne andava, e infine la violenza estrema dell’auto che schiaccia il corpo. Dunque altri attori sulla scena. E tuttavia nemmeno la tesi del complotto mi ha mai convinto: l’omicidio che sarebbe stato ordito in chissà quale Palazzo del potere, per azzittire una delle voci più scomode della Prima repubblica. No. La verità forse sta nel mezzo, nel sottobosco della criminalità organizzata romana, nella geografia del neofascismo che proliferava e tuttora prolifera all’ombra di una certa Romabene, e che certo non perdonava al Poeta il suo attacco sferzante. Di più: l’aver messo a nudo con la sua parola, con la sua arte, il vero volto di ogni fascismo, quella commistione di accumulo di denaro, di ostentazione volgare, e poi di liturgia della violenza, di maschilismo becero, di servile celebrazione del potere e di venerazione della morte, che stava esattamente agli antipodi della narrazione di Pasolini.

Mi ha sempre fatto impressione ascoltare nell’ultima sua intervista il ripudio della Trilogia della vita, i suoi tre film che ho sempre amato: Il Fiore delle Mille e una notte, I racconti di Canterbury, Il Decameron. Un meraviglioso inno alla vita, alla bellezza del corpo celebrato fin nella sua più pingue ordinarietà, alla festosa innocenza del sesso, alla fisicità come esaltazione della libertà dell’uomo e ribellione al Potere. E all’opposto doveva stare la Trilogia della morte, di cui fece a tempo a girare solo Salò o le 120 giornate di Sodoma, la mercificazione del corpo, l’annientamento della libertà e dei diritti, nello strazio dei corpi, nell’esaltazione orgiastica della violenza. E dunque l’abiura della Trilogia della vita, che aveva già anticipato pochi mesi prima nelle Lettere luterane, in quell’ultima intervista del 31 ottobre 1975 alla televisione francese, era tutt’altro che una ritrattazione di tutto quanto aveva cantato, era semmai il riconoscimento dolente che il vero Potere, il Potere economico, con falsa tolleranza, era ormai arrivato a impossessarsi dei corpi, fino ad annientarne l’innocenza, fino a svuotare il sesso della sua vocazione alla ribellione. Quella vocazione che una mano ignota del Maggio parigino aveva impresso su un muro: “Più ho voglia di fare la rivoluzione, più ho voglia di fare l’amore”. E dunque a Pasolini toccò, come ammette espressamente nelle Lettere luterane, senza abiurare al suo pensiero, abiurare alla Trilogia della vita.

Nell’Italia di quegli anni si concludeva una parabola che s’era avviata nel Dopoguerra e aveva condotto allo spopolamento delle campagne, allo sviluppo anonimo delle immense periferie di Roma, di Torino, di Milano, mete ultime dell’emigrazione dal Mezzogiorno, all’omologazione culturale, all’oblio delle tradizioni tramandate dai padri. Anche questo Pasolini aveva cantato in molta parte delle sue opere, dopo averlo conosciuto in prima persona, abitante egli stesso per breve tempo in una borgata, prima della notorietà e del trasferimento a Monteverde e all’Eur. Le borgate di Mamma Roma e Accattone, erano esattamente il punto d’incontro di una civiltà che aveva smarrito le proprie radici e che tuttavia ancora s’aggrappava a un’ultima innocenza, la memoria ultima di un mondo arcaico, spontaneo, talora rabbioso, la sicurezza dei rapporti familiari, quelle madri forti e protettive, la bellezza della terra prima di esser violata da palazzinari senza scrupoli, ancora una volta il sesso nella sua spontaneità, tutto, tutto quanto destinato a soccombere, tutto presto terra di conquista del potere del denaro. Nel tentativo di esprimere tutto questo, Pasolini era arrivato talora a scegliere attori non professionisti per molti dei suoi film, esaltandone la spontaneità, anche se con risultati non sempre convincenti. Un esperimento già tentato col Neorealismo, che aveva precorso di molti anni un capolavoro come L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. E quando si tratterà di scegliere l’ambientazione per le scene del suo capolavoro Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini si recherà nella straziante bellezza del Mezzogiorno più desolato e arcaico.

Quell’Italia del 1975 doveva ormai sembrargli estranea, irriconoscibile, ostile. «Non c’è più posto nel mondo per me, neanche nel Terzo mondo», aveva confessato a Dino Pedriali, che l’aveva incontrato proprio pochi giorni prima del delitto, per un servizio fotografico a Sabaudia e nel suo rifugio della Torre di Chia. Così Moravia che ai funerali, piangeva sconsolato la perdita del Poeta – «Di poeti non ce ne sono tanti nel mondo (…) il Poeta dovrebbe esser sacro!» – non ammoniva soltanto gli assassini, gli esecutori, i mandanti, ammoniva in realtà tutta quell’Italia che non aveva voluto comprendere Pasolini, che non era stata capace di riconoscerne il genio, di amarlo.

E tuttavia, dopo Pasolini sarebbero giunti Taviani, Piavoli, Olmi, sarebbe tornata attuale la riflessione sulla cultura contadina, la riscoperta della terra, dei cicli stagionali, delle tradizioni. La rivisitazione del Meridionalismo. E l’ammissione collettiva dell’anonimato e dell’invivibilità indotta delle città. Il superamento dei modelli urbanistici del Dopoguerra. Fino ai nostri giorni, in cui è diventato normale, persino banale riscoprire le radici, le tradizioni dei padri, per chi può l’abbandono della città, e addirittura la riscoperta dell’agricoltura come scelta di vita. Ma Pasolini era ancora lontano da tutto questo e non poteva nemmeno presagirlo. E certo non è una storia che si è capovolta, ne siamo consapevoli, a Pasolini forse non sarebbe bastato. Ma chissà come l’avrebbe letto veramente questo nostro oggi, egli ormai novantenne.

In un suo cortometraggio dimenticato del 1967, Che cosa sono le nuvole, un teatro di marionette alle prese con Otello, si anima nei volti di Ninetto Davoli-Otello, Laura Betti-Desdemona, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Adriana Asti, e Totò-stralunato Iago. Arriva Domenico Modugno a separare Otello e Iago dai compagni d’arte, come a voler rileggere Collodi. E le due sfortunate marionette si ritrovano in una discarica a cielo aperto, abbandonati tra i rifiuti. E allo scanzonato Otello-Ninetto Davoli che osserva per la prima volta il cielo e chiede spiegazione di cosa siano le nuvole, risponde Totò-Iago, Totò ormai prossimo alla fine: «Ah… straziante meravigliosa bellezza del Creato!». Ed era Pasolini stesso a parlarci.