Il ricordo di Giuditta Levato per l’8 marzo

Giuditta-LevatoNon ricordo più in quale occasione ho incontrato il nome di Giuditta Levato. Fu parecchi anni fa. Mi colpì nella sua storia il grande coraggio, che va misurato sempre nelle circostanze. E le circostanze erano la sua condizione di donna in un contesto ostile ai diritti delle donne, come quello del Mezzogiorno d’Italia del Dopoguerra; era la consapevolezza che certamente aveva, che certe lotte al Sud si pagano con la vita; ed era il bimbo che portava in grembo e che avrebbe partorito di lì a due mesi. E il pensiero adesso mi vola a un’altra donna coraggiosa con un bimbo al sesto mese, ammazzata alla vigilia della Liberazione a Milano: Gina Bianchi, la staffetta partigiana Lia. Ma è un’altra storia, torniamo a Giuditta.
I primi tentativi di cancellare il latifondo alla caduta del fascismo si devono a Fausto Gullo, politico calabrese, ministro comunista dal ’44 al ’47 sotto i Governi Badoglio e De Gasperi. Di fatto la Legge Gullo creò i presupposti per la vera Riforma agraria del 1950 (VI Governo De Gasperi), una delle più importanti riforme del Dopoguerra, che cancellò il latifondo su cui, soprattutto al sud, si organizzava da secoli la coltivazione della terra e che era strumento di oppressione della classe contadina. Occorsero lunghi anni di lotte per arrivare a quel 1950, e anche dopo, i risultati non vennero subito: talvolta le leggi furono aggirate; i proprietari terrieri usarono ogni mezzo per difendere i privilegi; e ancor prima del 1950, in previsione della Riforma, molte erano state le speculazioni ai danni dei piccoli proprietari. I braccianti non possedevano nulla, si muovevano per rivendicare diritti, per conquistare le terre. Al sud non sempre erano mossi da vere convinzioni ideologiche, talvolta mescolavano convinzioni politiche molto differenti, persino opposte. La priorità rimaneva conquistare le terre spesso lasciate incolte dal latifondista e dar da mangiare a famiglie numerose. Ma in quel 1946 la Riforma agraria pareva ancora lontana. Quel mattino Giuditta, assieme ad altre donne, tentò di difendere delle terre che la Legge Gullo aveva loro assegnato, sottraendole a un latifondista locale, dalle parti di Sellia Marina, nella Calabria profonda. Era un piccolo appezzamento di terra incolta, i contadini avevano fatto una cooperativa per coltivarlo, come richiedeva la Legge. E forse non sapevano nemmeno cos’era una cooperativa. Però quella terra era stata loro assegnata dalla legge Gullo, lo sapevano, e avevano cominciato a lavorarla, a pulirla da sterpi e rovi, ad arare, a seminare. Sotto il sole implacabile della Calabria. Addosso gli occhi ostili delle ‘ndrine. E un giorno d’autunno s’erano trovati una mandria di buoi lasciati apposta dal latifondista a devastare quelle loro coltivazioni. Ci furono parole, proteste, poi il colpo di fucile sparato da un agrario, uno di quelli che da sempre si mettevano al servizio del latifondo e dove storicamente la mafia aveva sempre trovato manodopera disponibile e accondiscendente. Non so se Giuditta colpita, svenne subito. Non ho letto le carte dell’inchiesta. Non so se ebbe il tempo di portare le mani, dove portava quel bimbo, e dov’era stata colpita. La corsa in ospedale non servì. Morì col suo bambino, lasciandone altri due piccoli a casa. Aveva 31 anni e alle spalle una storia simile a quella delle altre contadine calabresi: povertà, analfabetismo, dedizione alla famiglia. Qualche anno fa la Regione Calabria ha voluto intitolarle la sala conferenze dell’Assemblea regionale. E con la sua storia voglio ricordare quest’anno l’8 marzo.