Mai più Green Hill

Sissy ha più di dodici anni. È una bella età per un cane da pastore inglese. Ci vede ormai poco, non esce più, fa fatica a fare le scale, nel tempo ha dovuto subire qualche intervento chirurgico. Trascorre molto del suo tempo riposando, come una vecchia signora di campagna. Chissà, forse sogna dei suoi avi che sorvegliavano le greggi nelle praterie dell’Inghilterra medievale e dell’Europa centrale. Eppure quando torno a casa nei fine settimana, dimentica i dolori alle ossa, dimentica il suo peso di bobtail vecchio e mi salta addosso e mi fa festa come fosse ancora cucciola. Io allora mi siedo, la coccolo un po’, ripenso al giorno in cui giunse in famiglia, alle passeggiate di un tempo, alle vacanze condivise, e godo di tanta fedeltà, di tanto amore gratuito. Senza parlare, i suoi occhi nocciola dicono tutto. E da qualche anno mi richiamano anche altri pensieri. Da qualche anno li osservo e ripenso a quell’allevamento di orrore che sorgeva a pochi chilometri da casa, al famigerato Green Hill di Montichiari. Vi erano allevati i beagle, cani particolarmente docili e quindi ideali per gli esperimenti scientifici. Esistono ormai metodi e protocolli scientifici capaci di sostituire quasi integralmente esperimenti e vivisezione. Metodi e protocolli ormai molto efficaci, anche se non sempre economici. Ma nell’azienda di Montichiari non si praticava la vivisezione, ci si limitava ad allevare i beagle. La Legge dice che anche ai cani allevati a tale scopo devono essere assicurati benessere e cure. Ma non era così al Green Hill di Montichiari. La sentenza del Tribunale di Brescia ieri ha condannato i vertici dell’azienda. Quello che l’Asl miope non aveva visto, è stato finalmente appurato dalla Giustizia: Green Hill era in realtà un allevamento dove non venivano assicurate cure e assistenza ai cani allevati. Non c’erano spazi sufficienti, non c’era contatto umano, non c’erano terapie. I cani non sanno vivere senza l’uomo, fedeli a tal punto verso l’uomo, da non saper nemmeno concepire un essere umano che arrechi loro dolore. E questo moltiplica la loro percezione della sofferenza, che l’uomo al contrario è capace di arrecargli. Furono almeno seimila i beagle morti in poco più di quattro anni di esistenza dell’allevamento! La chiusura venne nel 2012, dopo una battaglia di anni. Ricordo ancora la lotta di quei giorni, le marce di protesta, gli attivisti finiti in carcere. Il mio grazie adesso va ai cittadini, alle associazioni nazionali LEAL, LAV, ENPA e altre ancora, e soprattutto al Comitato contro Green Hill che ho avuto modo d’incontrare in qualche occasione. La sentenza del Tribunale di Brescia non farà forse scuola nel panorama europeo dove la definizione del Trattato di Lisbona sta gradualmente producendo rilevanti novità legislative e regolamentari, ma è molto importante nel nostro Paese che è ancora drammaticamente arretrato nel riconoscimento dei diritti animali: una sentenza storica.
Alla chiusura dell’allevamento più di 2.500 beagle si salvarono, affidati alle cure di privati e famiglie disposti ad accoglierli. Io osservo Sissy, studio il suo sguardo, e mi domando che memoria abbia della sua vita trascorsa con noi. Che memoria conservano quei beagle della loro vita crudele di un tempo? Che memoria conservano dei loro compagni che hanno conosciuto e che non ce l’hanno fatta? Che memoria hanno i cani? E’ forse una memoria del cuore?