Come mi sarebbe andata se…

Come mi sarebbe andata se… il Jobs Act fosse stato in vigore 20 anni fa, quando terminata l’Università mi sono affacciato al mondo del lavoro. E’ una domanda tutta teorica: 20 anni fa si cominciava appena a parlare di precariato; nel mercato del lavoro si cominciava appena a intravedere quella tendenza che, terminato il ‘900, ha dominato i rapporti di lavoro e ha rinchiuso tutta una generazione nel labirinto della precarietà. Eppure è un esercizio utile per valutare la Legge appena approvata, il Jobs Act, mettendo da parte tanti luoghi comuni e provando a calarla nella concretezza di tutti i giorni. Quella concretezza aspra con cui devono cimentarsi ogni giorno lavoratori e famiglie. Ovviamente attendiamo (e vigiliamo) ché il Governo metta mano ai decreti attuativi nel puntuale rispetto delle deleghe conferite dal Parlamento.

Dunque come mi sarebbe andata se il Jobs Act fosse entrato in vigore 20 anni fa, quando al termine dell’Università mi sono affacciato al mondo del lavoro, colmo di attese, di speranze, senza sapere bene cosa avrei trovato là fuori, sicuro però che le competenze acquisite all’Università mi avrebbero permesso una vita professionale piena e soddisfacente.

Prima del lavoro c’è la ricerca del lavoro, io ho impiegato un paio di anni per trovare la mia prima collocazione veramente stabile. Quando ho terminato l’Università il web era al principio della sua parabola, Bill Gates era il nuovo guru, e il mondo del lavoro anche in Europa scopriva l’universo virtuale e le sue mirabolanti promesse. Il web avrebbe permesso d’incrociare domanda e offerta, e sarebbe stato semplice trovare lavoro, così almeno ci dicevano. Ecco dunque una miriade di banche dati, e io in quello scorcio degli anni ’90 che compilo giudizioso prestampati e format digitali. E poi la girandola di uffici per il collocamento, agenzie private, le poste… Si, pure le Poste: ricordo un intero pomeriggio trascorso in un ufficio postale zonale, in attesa di consegnare una massa infinita d’informazioni, con la promessa che fra i nuovi servizi offerti dalle Poste vi dovesse essere pure il collocamento. A distanza di vent’anni ancora mi domando dove riposi quella massa d’informazioni.

Se allora fosse stato in vigore il Jobs Act avrei dovuto fare riferimento a un’unica Agenzia nazionale per l’occupazione, che finalmente, d’ora in poi, sotto il controllo di un unico soggetto, il Ministero del lavoro, si occuperà di gestire i servizi per l’impiego. E nel rispetto della volontà dei lavoratori e della loro privacy viene anche previsto lo scambio dei profili curriculari fra pubblico e privato. Pare incredibile, ma finora non era previsto.

La prima formula contrattuale che mi venne offerta fu ovviamente un contratto di Collaborazione Coordinata Continuativa. Il giorno prima ero solo un laureato inoccupato, il giorno dopo ero addirittura un CoCoCo! Mi venne spiegato che si trattava della formula lavorativa del futuro. All’epoca Romano Prodi era presidente del Consiglio, e anch’io m’ero dato tanto da fare in campagna elettorale per la vittoria dell’Ulivo. Ministro del Lavoro era Tiziano Treu e nel 1997 era stato approvato il Pacchetto Treu e la Legge 196/97 Norme in materia di promozione dell’occupazione, con cui per la prima volta in modo organico venivano riconosciute le forme atipiche di lavoro. Insomma per promuovere l’occupazione si creava il precariato! So cosa accadde in concreto a molti miei coetanei, so cosa accadde a me fra livelli e inquadramento non corrispondenti a mansioni effettive, mansioni effettive non sempre rispettate, tutele inesistenti, rappresentanze sindacali assenti e una retribuzione ridicola se raffrontata agli studi, alle competenze nel frattempo acquisite, alle mansioni svolte. E quando mi rivolsi a un sindacato nessuno seppe dirmi nulla di preciso, pareva anzi che dovessi ringraziare per quel contratto precario. L’unica cosa che ottenni fu l’iscrizione a una mailing list dalla gestione piuttosto trascurata.
Quanto al tasso di occupazione generale non mi risulta che finisse per trarre molto giovamento dal Pacchetto Treu. Il calo della disoccupazione degli anni successivi, fu contenuto e prodotto in massima parte dalla ciclicità dell’economia.
Per ovviare ai miei fastidiosi cahiers de doléances il datore di lavoro suggerì di trasformare il contratto di CoCoCo in una sfolgorante Partita iva. La situazione peggiorò: che fossi collaboratore o a partita iva, rimanevo di fatto un dipendente, con tutti gli obblighi dei dipendenti e senza goderne la stabilità e le garanzie.
E il Jobs Act? Il Jobs Act oggi riordina le tipologie di contratti di lavoro finora esistenti – più o meno una quarantina! – frutto di un affastellamento di leggi tutte all’insegna del precariato, introducendo un contratto unico a tempo indeterminato per le nuove assunzioni, e riducendo in modo drastico le altre forme contrattuali, a partire proprio dai contratti precari e dai contratti di collaborazione a progetto che rimarranno in vigore solo “fino a esaurimento”. Così, prima Legge in oltre vent’anni, il Jobs Act riconosce di fatto i mali che sono venuti dai contratti precari. E’ una radicale inversione di tendenza, anche se, a quanto pare, se ne sono accorti in pochi.

Il mio lavoro a Partita iva durò un anno o poco più, quando alla fine minacciai le dimissioni, il datore di lavoro prima mi spiegò che non aveva alcun interesse ad assumermi con contratto a tempo indeterminato, in quanto i costi per l’Azienda risultavano troppo elevati. Alla fine invece si risolse ad assumermi, ma con un inquadramento e una retribuzione molto più bassi rispetto alle mansioni fino ad allora svolte e che avrei continuato a svolgere. Dal suo punto di vista il datore di lavoro aveva ragione: l’Azienda risparmiava moltissimo coi lavoratori precari.
Il Jobs Act invece renderà più conveniente assumere a tempo indeterminato, grazie al contratto a tutele crescenti. Il contratto di lavoro stabile, se non interverranno elementi distorsivi ad oggi non prevedibili, è destinato così a riacquistare gradualmente una posizione centrale nel mercato del lavoro.

Seguirono anni proficui e non mancarono soddisfazioni professionali. Il mio rapporto di lavoro milanese terminò, diversi anni dopo, in modo traumatico e imprevisto: un licenziamento su cui pure avrei molto da raccontare. Qui mi preme dire che per me non vi fu articolo 18. Come per la maggioranza dei lavoratori italiani del resto. Io lavoravo per una società di servizi che contava meno di 15 dipendenti, ma se anche avessi goduto del benedetto articolo 18, non sarei mai rientrato in azienda: troppo difficili gli ultimi mesi e quello che avevo sofferto, che il Sindacato mi spiegò chiamarsi mobbing. All’esame di Diritto del lavoro il mobbing l’avevo studiato appena. Insomma il numero limitato di dipendenti dell’azienda per cui lavoravo, aveva finito per amplificare gli effetti negativi di quei mesi di mobbing, e nel contempo rendeva di fatto impossibile qualsiasi reintegro: in quell’ambiente non avrei mai potuto riprendere serenamente il mio lavoro. E dunque aveva ragione Cofferati quando, anni prima, si era opposto al referendum che chiedeva l’estensione dell’articolo 18 a tutti quanti i lavoratori. Solo allora lo comprendevo.
Il Jobs Act mantiene la possibilità di reintegro nei casi di licenziamenti discriminatori, nulli e disciplinari, imponendo anzi al Governo la loro puntuale tipizzazione. Viene escluso invece il caso di licenziamento per motivi economici.

Il risarcimento che ottenni dalla vertenza fu davvero irrisorio. Se invece all’epoca fosse stato in vigore il Jobs Act, mi avrebbe permesso un risarcimento ben più equo: uno stipendio e mezzo per ogni anno di lavoro, con un tetto massimo pari a due anni di retribuzione. Io invece come risarcimento ottenni tre mesi di retribuzione!

Attesi due anni per riuscire a trovare un nuovo lavoro: i licenziamenti pesano nei curriculum e nei colloqui di lavoro. Di quel periodo ricordo tutto. Mia figlia era nata da poco e imparai a fare il papà a tempo pieno. Dopo pochi mesi l’assegno di disoccupazione era già terminato. Se ci fosse stato il Jobs Act avrei potuto godere di un più moderno sistema di ammortizzatori sociali, per cui oggi vengono stanziati 3 miliardi di euro per il solo 2015, oltre all’universalizzazione del sussidio di disoccupazione, con la sua estensione ai lavoratori che ancora sono soggetti a contratto di collaborazione coordinata continuativa e ai lavoratori con carriere molto discontinue.

In conclusione sono molte le parti discutibili del Jobs Act: i contratti di apprendistato, per esempio, che per obblighi formativi e vincoli per il datore di lavoro, risultano fiacchi. Il datore di lavoro non è più obbligato a confermare i precedenti apprendisti prima di assumerne nuovi. E poi, cosa si deve intendere con precisione per motivi economici che possono condurre al licenziamento? Il Jobs Act in caso di demansionamento obbliga al mantenimento della retribuzione percepita, ma cosa succede se in caso di crisi economica aziendale al lavoratore viene posta l’alternativa fra demansionamento e licenziamento?
Liberalizzata poi la procedura di controllo a distanza dei macchinari, per facilitare più efficacemente la sicurezza dei lavoratori, dicono, e anche per far decollare finalmente il lavoro a distanza. I detrattori sostengono che si vogliano controllare i lavoratori, anche se la norma lo esclude espressamente.
Il Jobs Act tutela invece la maternità, come mai prima d’ora nel nostro Paese. Rafforza il diritto di precedenza in capo alle lavoratrici che rientrano dalla maternità. L’indennità di maternità viene estesa anche alle lavoratrici parasubordinate e autonome che hanno figli disabili non autosufficienti, e la conciliazione dei tempi di lavoro e di vita è oggetto di un monitoraggio vincolante. Vengono pure introdotti (o reintrodotti) mezzi atti a verificare la volontà effettiva del lavoratore in caso di dimissioni.
E viene pure prevista e disciplinata la possibilità di acquisizione delle aziende in crisi da parte dei lavoratori.
Taluni sostengono che il meccanismo che si determinerà con il nuovo contratto a tutele crescenti, fra indennizzo in caso di licenziamento e incentivo all’assunzione derivante dalla Legge di stabilità, indurrebbe le aziende a licenziare sistematicamente i lavoratori prima che spirino i termini per arrivare alla loro stabilizzazione. In realtà non si conosce ancora l’ammontare dell’indennizzo, e dunque si tratta di pure illazioni di natura politica. La verità è ben altra: il Jobs Act rende subito più conveniente assumere a tempo indeterminato e lo renderà sempre più conveniente. E il lavoratore godrà fin dal primo giorno di lavoro di diritti sindacali, riconoscimento della malattia, retribuzioni standardizzate.
Non esistono leggi perfette e il Jobs Act non fa certo eccezione. Ma nel complesso a me pare una Legge ben diversa dal provvedimento ammazza-articolo 18 che qualcuno vuol far passare.