C’era una volta il Muro di Berlino

Sono trascorsi 25 anni dal giorno in cui venne giù il Muro di Berlino, dal giorno in cui si rimise in moto la Storia, e iniziò la fine di quel sistema sovietico che per realizzare un mondo senza la prigione della proprietà privata, aveva finito per imprigionare e sopprimere tutte quante le libertà.
Il Muro di Berlino era lungo 155 km, era segnato da più di 300 torri e garitte, 12.000 erano i soldati impiegati al suo controllo giorno e notte. Illuminato a giorno durante la notte, di giorno rivelava tutto il suo sistema di coercizione. Il Muro di Berlino non era solo muro, era barriere di fili elettrici, era punte di ferro infisse nel terreno, era filo spinato, era cavalli di frisia e campi minati, era una striscia di terra dove si sparava a vista a tutto ciò che si muoveva. E più di 200 erano morti nel tentativo di scavalcarlo e fuggire. Per 28 anni. E quel 9 novembre dell’ ’89 Krenz, arrivato alla guida del regime ormai morente della Germania dell’est, aveva già dato ordine di aprire le frontiere. Ma il Muro rimaneva un simbolo e andava abbattuto.
Delle immagini che a mano a mano venivano da Berlino, le prime picconate sul Muro che sollevavano solo polvere, e poi i primi calcinacci, la folla che s’accalcava nel buio della notte berlinese, e urlava, e piangeva, e qualche giorno dopo Rostropovich che v’improvvisava un concerto, e infine i giorni successivi i veri varchi aperti con le gru fra gli applausi, di tutte quelle immagini conservo nella memoria soprattutto i volti della gente, dei berlinesi, la gioia, l’emozione, i berlinesi che attraversavano in festa la città. Più dei calcinacci, più delle picconate, più dello stesso Muro, le persone.
Quel Muro non era solo il simbolo odiato dell’oppressione. Come nel Cielo sopra Berlino di Wim Wender, il Muro era uno sconvolgente sentimento di estraneità: tutta una città divisa, quartieri divisi, famiglie divise.
Qui sono straniera e tuttavia è tutto così familiare. In ogni caso non ci si può perdere: s’arriva sempre al muro.
Il Muro era questo sentimento, questo sentirsi straniero a casa propria. Di più: era essere a casa e non aver più casa, poiché la casa non era più riconoscibile. E dunque non era solo un sentimento dei berlinesi dell’est, era un sentimento di tutti i berlinesi. E Berlino col suo Muro non era solo il simbolo dell’oppressione sovietica, era uno sfregio nel cuore dell’Europa. Che ci piaccia o no, aveva ragione Kennedy: tutti eravamo berlinesi, «Ich bin ein Berliner». Ma per motivi ben più ampi di quelli a cui Kennedy faceva riferimento e che finivano per interrogare anche l’Occidente: il Muro era diventato simbolo di tutte le divisioni, le oppressioni, le violenze in cui le ideologie, tutte le ideologie, imprigionano l’uomo. Questo era il Muro di Berlino.
Eppure, quando le immagini di quella notte fecero irruzione nelle nostre case, e tutti improvvisamente ci sentimmo dentro la Storia in cammino, e scoprimmo cos’è la Storia dell’uomo, senza accorgercene cominciammo lentamente a sostituire all’idea del comunismo che fino allora aveva imperato su Berlino, la libertà si, ma intesa ancora una volta come idea. Un’altra idea. E dimenticammo che quella sofferenza, quello sconvolgente sentimento di estraneità e oppressione che s’era depositato su Berlino divisa e s’era radicato fin nel cuore delle persone, non era un’idea, era la sofferenza di persone in carne e ossa. E dunque anche la libertà avrebbe dovuto esser declinata nella vita delle persone, nella vita di tutti i giorni, e avrebbe dovuto farsi felicità e gioia. In questo senso il Muro di Berlino proietta ancora la propria ombra.
Festeggiamo dunque senza nostalgia questi 25 anni dalla caduta del Muro, l’inizio della fine del regime sovietico. Ma senza dimenticare che a distanza di 25 anni dalla demolizione di questo simbolo di oppressione, la libertà rimane ancora troppo un’idea astratta, un’enunciazione di principio, e attende ancora di farsi realtà di tutti i giorni per la vita di milioni di persone che attendono di guardare con serenità all’avvenire.