Le due città

Dunque il gran giorno è arrivato. Le due piazze che qualcuno, a ogni costo, vuole “l’un contro l’altra armate”. A Firenze la Leopolda, a Roma il corteo della CGIL. Da una parte migliaia di persone che per tre giorni discuteranno di politica in gruppi di lavoro e workshop. Un’iniziativa che, ci piaccia o no, è luogo e rappresentazione di un Partito Democratico vivo e vitale, che Matteo Renzi ha condotto a un consenso fino a pochi mesi fa inimmaginabile.
Dall’altra il corteo interminabile e colorato dei lavoratori che confluiranno come da tradizione in Piazza San Giovanni. E come ogni manifestazione della CGIL, sarà un appuntamento di democrazia e di forza, alieno da violenze, rispettoso della Città, ma determinato a rivendicare i diritti.
Sbaglia oggi chi si scaglia contro l’una o contro l’altra iniziativa, sbaglia chi a tutti i costi vuole contrapporle. Poiché in tempi d’antipolitica occasioni che riescano a riunire migliaia di persone per parlar di politica, in un workshop o negli slogan delle manifestazioni, sono sempre meritorie e vanno approvate. E tuttavia, alla vigilia, parevano prevalere i toni dell’acrimonia, dell’ostilità. Come se alzar la voce, puntare il dito, digrignare i denti, possa in qualche modo risolvere i nostri problemi. Spiacevoli in particolare gli inviti minacciosi a non partecipare alla manifestazione romana, rivolti a quanti fra i sostenitori del Governo Renzi, hanno confermato invece la propria presenza. Parole che non hanno nulla da spartire con la tradizione della CGIL.
Per parte mia sarò assente da entrambe le piazze. Per vari motivi non posso sottrarmi ai miei doveri paterni e trascorrerò la giornata con le mie figlie (ma per carità, al contrario di Fassina, nessun giardino zoologico per noi… gli animali preferiamo ammirarli liberi). Dunque ascolterò gli interventi di Piazza San Giovanni, mi farò raccontare i lavori della Leopolda, leggerò sui giornali i commenti che nei prossimi giorni non mancheranno. Ho le mie convinzioni. Sono certo, per esempio, che della Legge di stabilità sia molto, molto di più quello che è da tenere, di quello che è da buttare. D’altra parte non faccio dell’Articolo 18 una bandiera da difendere a tutti i costi, ma non sono convinto che la sua cancellazione possa automaticamente tradursi in un aumento dei posti di lavoro. Ma soprattutto nutro la convinzione incrollabile che dalla tempesta perfetta in cui ci troviamo, possiamo uscire solo con il dialogo e la collaborazione di tutti quanti, pur nella diversità di ruolo di Maggioranza e Opposizione. E che paroline come “conflitto”, “lotta di classe”, “autunno caldo” abbiano perso il proprio significato. Me lo dicono i tanti con cui ho parlato, con cui parlo in questi giorni: persone lontane dall’agone politico, di cui non comprendono nemmeno più il linguaggio, che chiedono una sola cosa: uscire dall’incubo in cui la crisi economica li ha cacciati. E per questo il conflitto non serve a niente. Questo è il tempo della politica nel suo significato migliore: sedersi attorno a un tavolo e cercare di risolvere i problemi della gente, con onestà e determinazione. Qualsiasi altra tentazione minoritaria che volesse abitare la Sinistra italiana, o peggio ancora, non sia mai, qualsiasi riscoperta di pratiche violente, non farà che aggravare la situazione in cui ci troviamo e allontanarci dalla soluzione dei problemi dei cittadini. Mai come oggi la Storia d’Italia ci può ammonire. Nel 1920 le rivendicazioni operaie furono tutte giuste, condivisibili, sacrosante. Gli operai per le loro lotte si dissero pronti a tutto e scelsero l’occupazione violenta delle fabbriche. Allora non c’era altra via. E l’occupazione delle fabbriche fu un successo, coinvolse quasi tutte le fabbriche siderurgiche e quasi mezzo milione di operai. Poi però venne il fascismo.
Che le due piazze di oggi possano aiutarci a trovare la soluzione ai problemi del Paese!