I Bronzi di Riace fra sacralità e promozione

Uno degli impegni più significativi affrontati finora, in questa Legislatura, dalla X Commissione della Camera, è il rilancio del turismo nel nostro Paese. L’approvazione all’unanimità in Aula, lo scorso marzo, delle Mozioni in tema; la conversione in Legge del DL 83/2014, recante disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo; l’attesa Legge quadro che dovrebbe esser pronta nei prossimi mesi, testimoniano tutti come finalmente Parlamento e Governo abbiano compreso il ruolo fondamentale che possono avere il turismo e la promozione dei nostri beni artistici e paesaggistici non solo sul piano culturale, ma anche per risollevare le sorti della nostra economia, come sappiamo alle prese con una delle sue peggiori crisi. Il tema è legato all’altro, urgente, della promozione del Made in Italy e dalla lotta alla contraffazione, su cui pure le Commissioni e l’Aula di Montecitorio sono tornati varie volte. All’approvazione della Legge quadro sul turismo, tuttavia, dovrà seguire anche la revisione della Costituzione che a seguito di una riforma scriteriata del 2001, assegnò alle Regioni la materia del turismo, agganciandone le sorti alle limitate risorse degli Enti locali, soggette a notevoli sperequazioni e a valutazioni strategiche molto differenti, talora a scelte assunte all’insegna di una certa sciatteria. Urge rimetter mano alla Costituzione, per assegnare nuovamente al Governo centrale del Paese il turismo e la sua valorizzazione, mediante una strategia forte e univoca, dotata di risorse adeguate.

Ma una volta che a tutto questo riusciremo a metter mano, non avremo fatto che metà del nostro cammino. Giacché, come narrano alcuni recenti episodi, le politiche turistiche appaiono ancora troppo subordinate a scelte miopi delle Amministrazioni locali, a discussioni sterili presso certa opinione pubblica, a scarsa lungimiranza di certa imprenditoria, e persino a interventi discutibili nell’amministrazione della Giustizia.
La bocciatura da parte del TAR, grazie a un “codicillo”, della delibera con cui l’Amministrazione Pisapia aumentava accortamente gli affitti ai grandi Marchi presenti nella Galleria Vittorio Emanuele, reperendo gli sponsor per il suo urgente e oneroso restauro, è solo l’ultima vicenda di un’estate tormentata.
A Firenze è stata l’Amministrazione Nardella a rifiutare la richiesta dell’Opera del Duomo d’installare sulle impalcature che ricoprono il Battistero per una lunga e impegnativa opera di restauro, alcuni cartelloni pubblicitari. I cartelloni che, per inciso, avrebbero pubblicizzato l’Expo e il marchio Ferragamo, avrebbero nascosto meno di un quarto delle impalcature, ma avrebbero permesso il reperimento di mezzo milione di euro: una risorsa importante per il pieno recupero del complesso monumentale di Santa Maria del Fiore. Terminato il restauro, le impalcature sarebbero state smontate e con esse i cartelloni pubblicitari. L’Amministrazione ha preferito avocare a sé la tutela dell’immagine del Battistero e di altri monumenti di Firenze. Può essere stata una scelta opportuna. Adesso però dovrà trovare forme alternative per il reperimento delle risorse.
E poi ci sono i Bronzi di Riace, opere d’arte d’inestimabile bellezza, risalenti al V secolo a.C., com’è noto, trovati per caso nel mare della Calabria, nel 1972, da un giovane sub dilettante. Erano trent’anni che opinione pubblica e stampa non parlavano in modo così appassionato e incessante dei Bronzi. Per la precisione da quando nel 1980 terminò il loro primo restauro, il più importante, ad opera del Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, e i Bronzi vennero esposti a Firenze e poi a Roma, prima di trovare la propria giusta collocazione nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Ero tra la folla che nel 1981 ammirava i Bronzi in occasione della loro esposizione a Firenze, anch’io incredulo davanti alla bellezza delle statue, testimonianza di una classicità che fino ad allora avevo solo incontrato sui libri di scuola, e che all’improvviso mi si parava innanzi agli occhi in tutta la sua fisicità e il suo splendore. Li ammirai di nuovo a Reggio Calabria, una volta trovata la loro collocazione definitiva. E poi quattro anni fa in un mesto pellegrinaggio presso il Palazzo della Regione calabrese, dove li vidi dormienti in posizione orizzontale, per l’ultimo di una serie di interventi conservativi resisi necessari. Erano in quella innaturale collocazione da qualche anno e mi parve simbolo della decadenza di tutto un Paese che dimenticava le proprie opere d’arte, destinando le proprie esigue risorse a ben altri comparti.
In questi trent’anni dal loro primo restauro i Bronzi sono stati vittima di un graduale oblio, terminato solo quest’estate, grazie alla discussione accesa dalla proposta di esporre i Bronzi a Milano, in occasione di Expo 2015. E ancora una volta si sono scatenati i nazional-grandi accademici, le vestali delle patrie bellezze per cui l’arte è solo testimonianza giacente di epoche passate, da ammirare con sacrale, ma afona devozione, i gattopardi dell’arte come luogo elitario, che pensano che spostare per qualche settimana un’opera d’arte, per permetterne la sua promozione, sia un’offesa alla sua sacralità. Ma le opere d’arte non sono cose sacre da ammirare muti sull’altare di un museo, o nei sotterranei di una biblioteca ad atmosfera controllata. Il Sublime di Saffo non trova vita soltanto nella cristallizzata traduzione dal greco antico di alcuni dei più bei versi della poesia mondiale, ma nella riflessione a cui lo studente di liceo, lo studioso, il lettore sensibile vengono stimolati nella propria quotidianità, nelle proprie personali vicende, ogni volta che leggono quei versi: è Saffo a parlarci nel salto dei secoli. Ed è la scuola di Fidia, o di chi per esso – gli esperti sono oggi più che mai incerti nell’identificare il reale artefice dei Bronzi – a narrarci nell’armonia sublime delle forme dei Bronzi, la fiera bellezza di tutta quanta la natura e l’armonia non priva di limiti di una civiltà all’apice. Ci parlano qui e oggi, e l’ammiratore accorto e sensibile risponde loro. L’arte non è cosa sacra e muta, ma parla all’uomo di oggi.
Ma se è così, se l’arte può imporsi alla nostra quotidianità e parlarci, chi ha detto che un’opera d’arte, una volta garantita in modo assolutamente certo la sua incolumità, non possa essere spostata dalla sua sede e adeguatamente promossa? Andatelo a dire ai ruderi di Pompei che la bellezza si promuove da sola, senza interventi esterni, senza l’impiego di risorse ingenti, talora ingentissime. Dall’esposizione sicura e priva di pericoli dei Bronzi a Milano, beninteso per un limitato periodo, in occasione di Expo 2015, accompagnata da una loro attenta ed estesa campagna promozionale, non potrebbe forse venire nuovo turismo in Calabria e cooperare a risollevare le sorti di tutta una Regione dall’economia asfittica e morente?
Nel tempo abbiamo voluto assoggettare l’arte alla politica, all’ideologia, l’abbiamo piegata a dimostrare la fondatezza di correnti culturali, l’idealismo, certe architetture del pensiero, e in ultimo l’abbiamo assoggettata alla volgarità della pubblicità nell’era volgare degli spot. E’ tempo che, esattamente all’opposto, sia l’arte a strumentalizzare il mondo degli affari, a sfruttare l’universo dei Brand, a spillare denaro ai Marchi, per un’opera di promozione da cui alla fine trarrà vantaggio tutto quanto il Paese.
Se riusciremo a superare una volta per tutte quel modo polveroso e antiquato d’intendere l’arte e la “cultura patria”, a levare muffa al nostro idealista modo d’intendere i nostri beni artistici, che non hanno pari nel mondo, il Paese intero se ne avvantaggerà grazie a turismo e Made in Italy, rilanciando l’inesauribile tesoro delle proprie bellezze, creando migliaia e migliaia di posti di lavoro, risollevando le sorti dell’economia. Se non ci riusciremo, anche a fronte della crisi grave in cui versa il manifatturiero italiano che impone una sua completa rilettura dai tempi lunghi, se non ci riusciremo, il Paese si avvierà verso il proprio definitivo declino. E alla decadenza culturale e poi economica di un Paese, segue sempre la crisi delle sue Istituzioni, a cominciare da quell’Unità che è un bene che ci è stato consegnato e che va riconquistato ogni giorno.

On. Luigi Lacquaniti
componente Commissione attività produttive, commercio, turismo della Camera