Quando una vita si fa interminabile

«Ormai è passato un anno, non saprei dire se solo un anno o già un anno, perché è da una vita che non li vedo e mi rimarrà una vita senza vederli», così ha inizio la lettera che Mamma Erica Patti, rivolge oggi ai suoi due bimbi, nel silenzio dello spirito, a un anno da quella tragedia che ha sconvolto Ono San Pietro e la Valcamonica, e poi, quando si è conosciuta la verità terribile, il Paese intero. E in questa frase, la vita nella sua lunghezza, la vita che si fa interminabile, che da luogo di serenità, si fa nemesi tragica e regione dell’angoscia, sta tutto il senso tragico della lettera. Difficilmente si può concepire qualcosa di più crudele e inaccettabile del dolore che sta affrontando questa Mamma. Cosa immaginare di più crudele della violenza sui propri figli da parte di quel padre. Quella stessa vita un tempo donata nella gioia, strappata a forza, nel gesto violento, nella brutalità dell’atto. Da Medea in avanti l’uomo non è riuscito a immaginare nulla di più inaccettabile. E da Medea in avanti un’azione così innaturale può trovare origine solo nello smarrimento di una mente malata, lo sconvolgimento tragico dell’ordine delle cose, un personale mondo capovolto e buio che non trova posto in nessun fato, in nessun volere divino.
Sincera è stata, sincera è ancora, a un anno di distanza, la solidarietà della comunità ferita. Ma non basta. E, per una volta, le indagini hanno preso subito la strada giusta, la verità, pur così sconvolgente, s’è fatta subito strada. Ma anche questo non basta. Davanti a un dolore così grande nulla basta. Davanti a un dolore così grande non possiamo che tacere, senza più domande, senza più parole. Eppure è Mamma Erica, al termine della sua lettera, a indicarci la via, a trovare un conforto, nella convinzione che i suoi due bimbi siano adesso in un luogo di gioia. E noi tutti, per un istante almeno, possiamo trovare conforto assieme a lei.