«L’inutile strage»

soldati-in-trinceaPer capire cosa fu veramente la Prima Guerra Mondiale, bisogna visitarne i luoghi che sarebbero rimasti sconosciuti, se non fossero passati alla storia per le battaglie, e immaginarsi il sangue, la desolazione, le trincee, col fango e il filo spinato. E poi le cime, dov’era solo gelo e neve, e che pure furono teatro di sanguinosi combattimenti e azioni eroiche. Lontanissime erano già le grandi battaglie campali delle Guerre d’Indipendenza, con le uniformi eleganti degli ufficiali e le giubbe rosse dei Garibaldini e le armate di uomini accorsi alla conquista dell’Unità patria. Più tardi sarebbe arrivata pure la retorica triste delle piccole cose, i tamburini sardi e le piccole vedette lombarde. Ma intanto l’Unità del Paese era fatta, con un movimento di popolo che fu autentico, ma che nell’Indipendenza dell’Italia cercava anche giustizia alle ingiustizie, e invece di lì a poco dovette scontrarsi coi cannoni di Bava Beccaris a Milano.
Cinquant’anni, grosso modo, separano i due eventi, la proclamazione dell’Unità d’Italia dalla Prima Guerra Mondiale, ma tutto era già cambiato. Lo sapevano certo i Governi che nella Guerra cercavano soddisfacimenti economici, la conquista di regioni ricche di minerali e petrolio, lo sbocco per nuovi commerci. Non lo sapevano i generali che almeno al principio guardarono al futuro delle azioni belliche con lo sguardo ben piantato al passato, alle cariche di cavalleria, alle fanfare, quando invece le battaglie erano già coi gas, coi primi tank, i primi bombardamenti aerei. L’errore fu fatale e costò la vita a milioni di uomini, costretti per quattro anni a una guerra di posizione, con avanzate inconcludenti seguite da rapide ritirate e da nuovi inconcludenti assalti. Gli unici veri sfondamenti del fronte furono in Medio Oriente e sul Fronte orientale, originati da fatti non direttamente inerenti al conflitto. E naturalmente lo sfondamento di Caporetto, fino ad allora la disfatta più grave della nostra storia.
E poi, sotto i Governi, sotto i generali, gli eserciti, che mai come allora erano stati eserciti di popolo, spesso male equipaggiati e male comandati, mandati al massacro, con milioni di morti e intere generazioni spazzate via. E dunque nella condanna per quei Governi e quei generali, a distanza di un secolo, non possiamo dimenticare il sacrificio di quegli eserciti, che combatterono sinceramente spinti da ideali e passioni. Ho ancora negli occhi l’impressione che mi colse davanti al Pasubio, con le sue interminabili gallerie scavate nella montagna e poi, in cima, le erte e la roccia ancora custodi di resti umani, seminate a pallottole di mitraglia. Basta scavare poco con la mano ed ecco affiorare quelle pallottole.
Fare silenziosa memoria delle sofferenze di quei soldati di cent’anni fa, è il modo migliore per celebrare oggi questo anniversario. Fare memoria di tutto quel dolore, fare memoria dell’Europa dilaniata da una guerra fratricida, da cui non a caso sarebbe sorto il fascismo, e sforzarsi sempre di non dimenticare che nessun ideale può giustificare l’orrore della guerra.