La mia relazione al Convegno per una nuova Legge sulla libertà religiosa

immaginehpdueCominciamo subito dai ringraziamenti per questo Convegno, questa iniziativa, che prima che essere meritoria, credo fosse, credo sia necessaria. Nelle scorse settimane abbia avuto questo gesto vigliacco, omofobo: il Tempio valdese di piazza Cavour imbrattato. Ho avuto modo di esprimere il mio sdegno e la mia solidarietà alla Chiesa Valdese che con orgoglio da alcuni anni posso dire che è la mia Chiesa. Con orgoglio e con quella commozione con cui sempre ricordiamo a noi stessi, il modo in cui veniamo raggiunti e salvati da Cristo. Questo fatto che non è inerente all’argomento che oggi trattiamo, ci richiama tuttavia, al fatto che quando parliamo di diritti, tutto ci possiamo permettere salvo rivestire di ideologia questo dibattito. Troppe volte l’abbiamo fatto anche a Sinistra, troppe volte anche a Sinistra abbiamo considerato i diritti con una certa sufficienza. O addirittura per il tema trattato oggi, con ostilità: pensiamo a certo vecchio anticlericalesimo che residualmente ancora alberga in settori fortunatamente ormai molto marginali. Ecco tutto questo francamente non m’interessa. Quando parliamo di diritti, parliamo di qualcosa di estremamente concreto, parliamo di problemi legati alla quotidianità, parliamo dell’educazione dei nostri figli, parliamo della comunità locale in cui viviamo, parliamo di lavoro… La voglio dire così: non m’interessa che ci sia appeso un crocifisso in un’aula scolastica, sebbene capisca che questo possa costituire un problema per quanti in quel simbolo non si riconoscono. M’interessa molto di più che si arrivi a una legislazione – una nuova Legge, una Legge quadro, una Legge delega… – una nuova Legge che, superando l’impostazione del Legislatore del Ventennio, la Dottrina dei culti ammessi, vada a rispondere a tutta una serie di emergenze.
Faccio politica da anni, sebbene questa sia la mia prima legislatura: mi sono dato una regola, a cui cerco sempre di essere fedele. La politica come risposta alle attese immediate, alle necessità urgenti, ai problemi della gente, e nello stesso tempo come sguardo al Paese che verrà, alla Terra che lasceremo ai nostri figli. Ecco, qui, nel nostro caso, lo sguardo all’avvenire, al Paese che verrà, è la costruzione di una Comunità solida, unita, dove tutti i rapporti fra cittadini siano improntati a solidarietà, collaborazione, uguaglianza, rispetto. Ma la risposta immediata, all’oggi, parte dalla constatazione di una società ormai compiutamente multiculturale, multiculturale non semplicemente multietnica. Un anno fa, in occasione del Convegno “Religioni, dialogo, integrazione” alla Sapienza, ricordavo una frase di un romanzo che amo e a cui mi piace tornare ogni tanto, “L’amore ai tempi del colera”. La ricordo anche qui: una persona comincia ad appartenere alla terra in cui si trova a vivere, in cui la vita l’ha condotta, nel momento in cui seppellisce in quella terra il compagno di una vita, un caro, un familiare. Ecco: la migrazione, l’approdo, l’appartenenza a una terra nuova, non solo nella registrazione burocratica di una pratica, ma pure nella celebrazione di un rito religioso.
Queste esigenze molto concrete a cui dobbiamo rispondere con una nuova legge sulla libertà religiosa, sono tante, le conosciamo tutti. La ricerca di un luogo dove il cittadino possa liberamente esercitare il culto e dare risposta a quell’esigenza di sacro che è inscritta nel nostro cuore; la disciplina che deve regolare i rapporti patrimoniali delle Chiese e delle Comunità religiose; l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche; il modo con cui lo Stato possa garantire la libertà nell’insegnamento teologico e il suo libero accesso; l’assistenza religiosa che deve essere assicurata ai detenuti; ovviamente i rapporti fra le Confessioni religiose e lo Stato… Tutto questo a partire da una constatazione molto evidente, che rende tutto ancora più urgente. Fino a ieri il fenomeno religioso nella società italiana si declinava tutto all’insegna della secolarizzazione – ne avete parlato diffusamente anche nella sessione di ieri – con un’appartenenza alla Chiesa cattolica, ai suoi principi, ai suoi riti, il più delle volte solo nominale. Oggi vi è una tendenza opposta, ne scrive anche Eugenio Scalfari su L’espresso di questa settimana, una tendenza che l’ingresso di nuove culture e nuove religioni nel nostro Paese, ha accelerato enormemente: il fenomeno religioso sta vivendo una nuova primavera, non è più un fenomeno solo marginale, in via d’estinzione. Seppure le sue forme di espressione non siano più quelle di un tempo. E’ una ricchezza per il Paese questa? Secondo me si. E questo storicamente ce lo ricorda pure la storia dei Valdesi, il contributo che hanno dato alla nascita e alla crescita di questa nazione, subito dopo l’Unità d’Italia – e visto il modo in cui storicamente la Comunità valdese venne trattata, avrebbero potuto anche rifugiarsi in una loro dimensione tutta localistica e non impegnarsi per la Cosa pubblica – e lo dimostra pure l’elezione di vari deputati e senatori di religione valdese, in questi 150 anni, non sempre eletti nei collegi delle Valli storiche valdesi, eletti cioè in quanto portatori di valori, di idee, d’impegno.
Questo dunque è il quadro entro cui dobbiamo muoverci.
Il nostro primo problema, lo sappiamo, è che il Legislatore costituente non è riuscito settant’anni fa a segnare un superamento deciso, una svolta netta nella dottrina preesistente dei culti ammessi. A cominciare dalla formulazione dell’articolo 8 della Costituzione che al primo comma sancisce si, che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. E noi sappiamo che questo primo comma venne aggiunto solo alla fine, nei lavori dell’Assemblea, non in Commissione, in ossequio a quel principio di uguaglianza delle confessioni religiose, cui il Legislatore costituente era sensibile. E tuttavia lo stesso articolo al terzo comma retrocedeva ancora alla dottrina dei culti ammessi. Per giunta dopo l’articolo 7 che dava veste per così dire costituzionale ai Patti lateranensi e alle loro modifiche. Così che quell’articolo 8, col suo enunciato di libertà, a chi non sia addentro nella materia, pare alla fine una sorta di premio di consolazione per le Confessioni differenti dalla Chiesa cattolica.
Che il principio della laicità dello Stato fosse ben presente al Legislatore costituente, ed è ovvio che lo fosse, intervengono a dircelo numerose considerazioni sui lavori dell’Assemblea costituente. Qui ne ricordo una per tutte – abbiamo appena celebrato il quarantesimo anniversario del referendum sul divorzio –. Fu proprio durante i lavori della Camera che condussero poi all’approvazione della Legge istitutiva del divorzio, che Andreotti tentò di rispolverare la tesi giusnaturalistica: l’idea che alla base della Carta vi fosse un Diritto naturale, lettura che nel tentativo di Dossetti e di La Pira d’introdurre un Preambolo alla Carta, aveva trovato degli epigoni, epigoni illustri, in sede di Assemblea Costituente. I tentativi vennero bocciati. E fu un bene. Ma al di là di tutto ciò, mettendo ancora una volta da parte ogni considerazione di natura ideologica, questi episodi ci richiamano a smettere le battaglie, ad abbandonare le questioni di puro principio, per adottare invece una lettura della realtà molto pragmatica. Insomma, dobbiamo affrontare dei nodi e rispondere a dei problemi molto concreti! In quel caso si trattava di smettere considerazioni puramente di principio, per rispondere pragmaticamente alla necessità d’introdurre nell’Ordinamento italiano l’Istituto del divorzio.
Qui, invece, torno al caso della Legge delle Regione Lombardia L.12/2005, che in materia di Governo del territorio, va a regolare all’articolo 52 i mutamenti di destinazione d’uso degli immobili, sottoponendoli come è giusto a varie condizioni inerenti il rispetto del territorio e del contesto urbano, la sicurezza… E poi laddove il mutamento di destinazione d’uso sia finalizzato alla creazione di nuovi luoghi di culto, e solo in questo caso, assegnando alle amministrazioni locali una discrezionalità pressoché illimitata. Su questa cosa ho anche presentato un’interpellanza al Governo un anno fa, e nei giorni scorsi, non avendo avuto risposta, ho chiesto che il Governo venga a riferire in I Commissione, pur nella diversità delle competenze. Ora lungi da me voler fare polemiche, però è stato chiaro fin dall’inizio che l’intento di questa norma, introdotta con apposito emendamento, era quello di bloccare l’apertura delle moschee. Il risultato è stato che le moschee sono state aperte lo stesso, come Centri culturali, e questa norma è andata a penalizzare le comunità cristiane evangeliche. Risultato ultimo: un aggravio enorme di lavoro, di tempo, di denaro per la Pubblica Amministrazione alle prese con procedure amministrative di chiusura, di confisca, ricorsi… e poi la Giustizia alle prese con cause interminabili, nei vari gradi di giudizio… destinate alla fine a dare ragione alle Comunità evangeliche.
Ne vale la pena?! Ne vale la pena soprattutto alla luce di quell’altro articolo della Costituzione, l’articolo 19, che in modo limpido sancisce, in quella parte della nostra Costituzione che è tutta una celebrazione delle libertà – la libertà personale, l’inviolabilità del domicilio, il diritto di riunione, il diritto di associazione, il diritto di libera circolazione nel territorio dello Stato… – sancisce pure che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto”. Capite allora che non si tratta semplicemente di tutelare delle minoranze, condizione certo imprescindibile perché uno Stato possa dirsi democratico. Si tratta di governare la realtà, di rispondere alle sue sfide odierne, per il Paese che vogliamo lasciare domani alle generazioni che verranno.