Quarant’anni fa la campagna referendaria sul divorzio

Di quelle giornate ricordo i discorsi dei grandi, soprattutto i discorsi fra mamme, cugine, nonne. Ricordo poltrone di velluto e quadri appesi alle pareti, il rossetto sulle sigarette e le messe in piega di quegli anni ’70. E poi certi commenti spiacevoli verso certe giovani che passeggiavano lungo il corso del paese indossando addirittura i pantaloni… Ed erano sempre commenti di donne verso altre donne, in quella Calabria, la mia Calabria, dei primi anni ’70. E a quei ricordi se ne mescolano altri, ma non so più se era quello l’anno: Mina e la Carrà alla televisione, che pareva già un altro mondo; e poi il mare della mia infanzia e i bikini sfoggiati con disinvoltura; e certi manifesti elettorali che non avrei più scordato, con due dita a formare una croce e un chiodo a fissarle.

Dunque mancavano pochi giorni al referendum e io non sapevo cosa significassero quelle parole: la parola referendum e la parola divorzio. Però ricordo che se ne parlava parecchio. In questi giorni son giusto 40 anni da quella lontana campagna referendaria, e presto giungerà nell’Aula di Montecitorio la riforma della Legge sul divorzio: cambieranno molte cose, a partire dalla durata del periodo di separazione radicalmente ridotta, e la nostra legislazione si avvicinerà a quella di altri Paesi europei. Ma in questo momento la memoria viaggia a quei ricordi, a quella lontana campagna referendaria. L’Italia è cambiata. Anche la Calabria non è più quella di allora, seppure i suoi problemi più gravi siano ancora tutti là.
Dei giorni successivi a quel 13 maggio 1974 ricordo poco. Ricordo che in modo pretestuoso davano la responsabilità della vittoria del fronte divorzista all’equivoco in cui sarebbero incorsi in molti, che per dire no al divorzio avrebbero segnato la croce appunto sul “no”; quando in realtà votare “no” significava votare contro l’abrogazione della Legge Baslini-Fortuna. Ma era l’Italia che era cambiata, e non volevano ammetterlo. Ricordo poco, anche perché i discorsi dei grandi si sarebbero presto concentrati su un’altra, tragica notizia: una bomba scoppiata nella Piazza di una città del Nord. E noi, dopo qualche mese, saremmo andati a vivere proprio vicino a quella città del Nord.

Mi è capitato in questi giorni di rileggere un’intervista a Nilde Iotti pubblicata su Rinascita nel luglio di quel 1974, dove la parlamentare comunista, che di lì a qualche anno sarebbe stata eletta Presidente della Camera, celebrava la vittoria al referendum. La Iotti sapeva bene quanto timida all’inizio fosse stata la partecipazione del Partito Comunista alla battaglia per il divorzio: in ballo c’era la politica del “compromesso storico”, che Berlinguer non voleva mettere in pericolo. E poi c’era un certo, fastidioso moralismo dei militanti comunisti, che la Iotti aveva già sperimentato al principio della sua relazione con Togliatti ed era stato causa di molti dispiaceri per entrambi.
La vittoria al referendum, dice la Iotti in quell’intervista, è stata in realtà rivoluzione intellettuale e morale di tutta una generazione di donne italiane, che hanno conquistato una rinnovata maturità, emancipandosi da padri e mariti, e conquistando responsabilità sul lavoro. Eravamo al principio degli anni ’70 e alla Iotti certo non sfuggiva quanto questo processo di emancipazione fosse ancora tutto da scrivere, se ancor oggi dobbiamo spesso assistere a una disparità di trattamento fra uomini e donne sul posto di lavoro. Ma per la Iotti, che dichiarava di non esser femminista, lo scoglio da superare era appunto quella visione tradizionale della famiglia dove la donna era esclusivamente figlia, moglie, madre. E aveva ragione: fu anche la vittoria al referendum del ’74 che permise, l’anno successivo, l’archiviazione del Diritto di famiglia del Legislatore fascista del 1942 e l’approvazione del nuovo Diritto di famiglia. Aveva ragione la Iotti, era fondamentale nel cammino di emancipazione femminile, che le donne conquistassero indipendenza economica dagli uomini, le donne che «non rifiutano il ruolo di moglie o di madre perché rifiuterebbero una parte validissima della parte femminile, una parte a cui nessuna donna può rinunciare. Ma sentono che quel ruolo lo si assolve oggi in modo diverso che nel passato e quindi vogliono essere qualcosa d’altro. Perciò dico che il nodo sta diventando sempre più una questione di lavoro» (La Resistenza, il diritto di voto, il referendum, Rinascita, 26/07/74). Ma appunto eravamo ancora agli inizi di questo cammino.

E poi c’era l’altra questione: la laicità di uno Stato che la laicità non aveva mai realmente conquistato, se non forse nella stagione successiva all’Unità d’Italia, prima che arrivassero il Fascismo e i Patti Lateranensi. Leggendo gli interventi della Iotti, durante la discussione generale della Legge Baslini-Fortuna, nel 1969, e poi in occasione della dichiarazione di voto, l’anno successivo, si comprende quanto fosse presente il problema della laicità nel dibattito fra le forze politiche. La Iotti che ai lavori dell’Assemblea Costituente aveva partecipato, rifiutava che alla base della Carta vi fosse un preteso Diritto naturale, tesi che Andreotti tentò di rispolverare per l’occasione. Il tentativo d’introdurre un Preambolo s’era effettivamente presentato durante i lavori della Costituente ad opera di Dossetti e La Pira, ma non era stato preso in considerazione. Se fosse stato approvato la Costituzione sarebbe diventata una sorta di Carta confessionale. Rigettata la tesi giusnaturalista, cadeva anche l’interpretazione dell’Istituto familiare come società naturale e il matrimonio come indissolubile. «La Costituzione fu e resta», dichiarava la Iotti in Aula, «un incontro sul terreno della politica, cioè della definizione dei diritti di forze che partivano da una comune esperienza politica, ma non da un comune esperienza ideologica» (Camera dei Deputati, seduta pomeridiana del 25/11/69). E la comune esperienza politica era stata la Resistenza.

Quel giorno di maggio del 1974, quando fu chiara la vittoria del no – no all’abrogazione della Legge Baslini-Fortuna istitutiva del divorzio – , e con un margine ben più ampio di quello previsto alla vigilia, una folla festante scalò via del Tritone, a Roma, per confluire a Porta Pia. Era chiaro a tutti che aveva vinto la laicità dello Stato, e che per la prima volta nella storia repubblicana, la DC aveva subito una clamorosa sconfitta. Ma alla lunga, a dispetto dei timori di Berlinguer, era proprio la politica del Compromesso storico a trarne profitto. Presto Fanfani sarebbe stato sostituito da Zaccagnini alla guida della Democrazia Cristiana. E alla presidenza del consiglio sarebbe andato Aldo Moro. La folla faceva festa a Porta Pia, l’istituto del divorzio era salvo, la laicità dello Stato era salva, almeno come enunciazione di principio, e si prospettava una rinnovata collaborazione fra le Forze Costituenti per la riforma del Diritto di famiglia. Nelle settimane successive, nei mesi successivi sarebbero arrivate le bombe nelle piazze e sui treni, il terrorismo, e quattro anni più tardi via Fani e l’omicidio Moro. Ma quel giorno tutto pareva possibile e per la prima volta dopo molto tempo, la Sinistra italiana guardava all’avvenire con fiducia e ottimismo.