A che punto siamo con la riforma degli orari degli esercizi commerciali?

Da parecchi mesi la Commissione attività produttive, commercio, turismo della Camera discute la riforma degli orari di apertura dei negozi. Nel corso dell’ultimo Comitato ristretto un collega di Scelta Civica si domandava la ragione di questa nuova riforma: se ho ben capito, si chiedeva a chi giovasse veramente. Mi è parso normale rispondere citando un assioma evangelico: ché il lavoro dev’essere per l’uomo, non l’uomo per il lavoro; ché con la liberalizzazione selvaggia degli orari voluta a suo tempo dal Governo Monti, abbiamo di fatto condannato i lavoratori del Commercio a un’alienazione delle loro esistenze, all’azzeramento della loro privacy, allo smarrimento delle loro responsabilità familiari e della loro affettività. E allora, aggiungevo, si tratta di trovare la formula giusta che permetta di conciliare orari di lavoro accettabili per tutti i lavoratori del Commercio, la ri-umanizzazione del loro lavoro, con le esigenze di tutto un comparto della nostra economia a cui, tuttavia, non è possibile imporre un’indiscriminata chiusura domenicale, pena la chiusura di migliaia di esercizi commerciali e la perdita del posto di lavoro per quegli stessi lavoratori che oggi lamentano orari massacranti.

I lavori della Commissione in questi mesi, hanno visto anche il coinvolgimento inedito del CNEL e dell’ISTAT, chiamati a una ricerca su quelli che sono stati, in questi anni, gli effetti sul Commercio della grande crisi economica: diminuzione del fatturato, licenziamenti, chiusure. L’esito della ricerca non ha dato risposte certe quanto al numero di chiusure festive sia possibile imporre agli esercizi commerciali, senza causarne la chiusura. E del resto è giusto che sia la Politica ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Ma è stata molto utile a mettere in evidenza come il calo nel fatturato del comparto e la chiusura di migliaia di unità commerciali, soprattutto nella Piccola impresa, sia stata prevalentemente causata dalla crisi economica.

La bozza finalmente presentata alla Commissione dal relatore Senaldi del PD, mi pare una buona base di discussione per superare una volta per tutte la pessima riforma del Governo Monti. Diventerebbero giorni di chiusura per tutti gli esercizi commerciali le dodici maggiori festività civili e religiose: dal 1° Maggio a Natale e Santo Stefano, dal 25 Aprile a Pasqua e Pasquetta; e poi il 1° Gennaio, l’Epifania, il 2 Giugno, Ferragosto, il 1° Novembre e l’8 Dicembre. Inoltre per andare incontro a esigenze locali, ciascun Comune, sentiti sindacati, associazioni di categoria e organizzazioni dei consumatori, potrebbe arrivare a sostituire fino a sei di queste festività con altrettante chiusure: per semplificare è giusto che a Rimini non si chiuda a Ferragosto, o che a Cortina non si chiuda a Natale.
Quanto agli orari saranno possibili Accordi territoriali per promuovere un’offerta che incrementi l’attrattiva locale o valorizzi zone con vocazione commerciale evidente: in sostanza adatti gli orari alle esigenze locali, che possono variare sensibilmente da località a località. E’ un’impostazione che già in rappresentanza del Gruppo di SEL alcuni mesi fa avevo invocato, presentando emendamenti a mia prima firma. Per gli Accordi territoriali, infatti, è opportuno che siano sentite tutte le parti interessate: le associazioni di categoria, i residenti, le associazioni dei consumatori e naturalmente la parte più debole, i lavoratori con le loro rappresentanze sindacali.

La bozza prevederebbe pure un articolato complesso d’incentivi fiscali, aiuti e contributi il cui importo, ancora non quantificato, può incrementare sensibilmente l’efficacia finale di questa riforma.

A partire dai prossimi giorni la Commissione lavorerà su questa bozza, che dovrebbe approdare nell’Aula di Montecitorio nelle prossime settimane. Se non prevarranno posizioni che sacrificheranno la ragione all’altare degli ideologismi, la riforma che ne verrà potrebbe segnare una svolta per il comparto e per l’esistenza di chi vi lavora, archiviando la pessima pagina del Governo Monti e aiutando un settore che è strategico al superamento della crisi economica.