Grazie, Gabo

Ricordo distintamente l’ora e il luogo in cui scoprii Márquez. E ricordo persino il cielo grigio che si specchiava nel lago, davanti alla biblioteca comunale. L’anno no, l’ho dimenticato. Doveva essere il primo anno d’università, quando era piacevole visitare la biblioteca al principio del pomeriggio, prima di addentrarmi nei vicoli impervi del Diritto Privato: un pellegrinaggio fiducioso, a dimenticare la secchezza delle pagine giuridiche, a cui tuttavia venne subito congeniale la narrazione di Márquez, quel formidabile intreccio di storie e magia, quelle ambientazioni remote e tropicali dove si muovevano uomini e donne, catturati dalle grandi passioni e dal destino. Lo stile era segnato dalla rivoluzione nell’interpunzione, dall’intreccio di discorsi diretti e discorso indiretto: una coabitazione fra sogno e realtà, dove la realtà non poteva essere più reale, e pure più irreale, liberata per sempre dai vincoli dello spazio e del tempo. In quelle pagine riscoprivo l’amore per la narrativa, e scoprivo quel continente misterioso che noi europei ci ostiniamo a chiamare America Latina. Una rivoluzione che mi scavò dentro fin dall’inizio, obbligandomi a rivedere schemi e congetture personali. I romanzi di Márquez mi accompagnarono lungo gli anni seguenti: il Servizio civile, le prime esperienze di politica, la scoperta della sofferenza degli uomini, e poi i valori della Sinistra. Ora tutti si soffermano sul Gabriel García Márquez marxista, anche oggi che i giornali son pieni delle sue foto, e molti confondono la sua amicizia personale con Fidel. Ma a Márquez non interessavano molto la politica e il socialismo del Sud America, di cui pure era parte. Sapeva di essere uno scrittore, un narratore, non un politico: narrava il suo mondo, la democrazia ferita e la sofferenza della sua gente. E con la forza della sua narrazione scoprivo anch’io le ingiustizie.
Quel pomeriggio di primavera, o forse d’autunno, fui attratto dal titolo originale, e poi dalla quarta di copertina: mi affrettai a noleggiare il libro, senza sapere ancora quanto da quelle pagine, pure da quelle pagine, la mia vita sarebbe cambiata. Mi addentrai nella lettura, rapito dal destino incrollabile di Florentino Ariza, da Fermina Daza, Dea incoronata, e il dottor Juvenal Urbino, vestito di lino bianco: L’amore ai tempi del colera.
Soltanto più tardi sarebbero venuti Cent’anni di solitudine, Cronaca di una morte annunciata, e tutti gli altri romanzi. E poi, ancora, gli altri autori di quel Continente smisurato, a cui in qualche modo mi sentivo legato anch’io, grazie alla nonna paterna nata a Buenos Aires che, anche dopo esser giunta in Italia, conservava di quelle terre lontane l’irresistibile attrazione per la vita, la sapienza della morte a dar senso all’esistenza e l’allegria indomabile. E così nelle stagioni che seguirono scoprii la magia dell’Allende e l’irriverenza di Amado, la gabbianella di Sepúlveda e il fantasticare di Coelho. Ma al principio rimaneva sempre Márquez.
La scomparsa di Márquez, oggi, ci rende tutti un po’ più soli. Ma tradiremmo quello che è stato e quello che ci ha narrato, se ci abbandonassimo alle solite parole di circostanza, ai riti consueti della morte. Al principio delle sue narrazioni più epiche c’è sempre un fatto di morte, poiché per Márquez vita e morte s’intrecciano in un’unità indistinta. Il tempo non esiste, e sopra a ogni cosa si ergono la forza indomabile delle passioni e la solidarietà fra gli umani, capace di vincere le nostre piccole meschinità e i nostri grandi egoismi, e di dare un senso a questa cosa fugace e bellissima che è la vita.
A distanza di tanti anni e dopo aver attraversato con la lettura continenti remoti ed epoche lontane, avverto ancora nell’aria l’odore delle mandorle amare, a segnare «il destino degli amori contrastati», e rivedo il dottor Urbino affaccendato accanto al cadavere dell’antillano che non era stato capace d’intendere che «ormai il peggio era passato». E poi rivedo Florentino Ariza, all’uscita della Messa di Natale, «gli occhi glaciali, il viso livido, le labbra pietrificate dalla paura dell’amore». E Fermina Daza indomita e vestita a lutto che ascolta la dichiarazione di Florentino «ispirato dalla grazia dello Spirito Santo». E infine rivedo l’amore inevitabile dei due vecchi amanti, e la scoperta che da allora non ho più scordato «che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».