Il fascismo alle porte?

In uno dei bar del centro sono spuntate immagini che inneggiano a Mussolini. Così, da un giorno all’altro. Avevo voglia di un caffè e il bar era lì, nella piazza principale del paese in cui risiedo. Un tranquillo paese della tranquilla provincia bresciana, un tempo ricca di fabbriche e lavoro, oggi investita duramente dalla crisi come il resto del Paese. Entro e affisso alla parete più visibile ecco quello che fu il Duce degli italiani, braccio teso, occhio allampanato, bocca spalancata, e un fumetto a fianco a fargli dire che lui il pane agli italiani non l’ha mai fatto mancare. Proprio così. Non faccio a tempo a stupirmi che noto proprio sul bancone, di fianco alla cortese barista, fra liquori e caffè, tante piccole fotografie, minuscole ma non al punto da non farmi distinguere anche qui braccia tese nel saluto romano.
E subito mi torna in mente quella volta che mi dissero che questo Paese esce dalle sue crisi svoltando a destra, a destra non a sinistra. Già: quante volte me l’hanno ripetuto, e non ci volevo credere.

Marco Revelli dalle colonne del Manifesto, qualche giorno fa, attaccava il sindaco di Genova reo di voler mettere ordine alle disastrate casse della Partecipata genovese. Una delle tante Partecipate che in questo Paese troppo spesso sono state utilizzate come strumento clientelare, bilanci spaventosamente in perdita, idrovore per le casse dei Comuni. Doria ha assicurato di voler tutelare i posti di lavoro, ma questo non è bastato a evitare l’occupazione dell’aula consiliare del capoluogo ligure, e minuti carichi di tensione e violenza. Revelli, dunque, polemizzava con il sindaco, esultava all’occupazione della Sala consiliare di Genova, e già sognava gli scioperi del primo ‘900. Una posizione subito sconfessata dagli stessi lavoratori che, al termine di un duro sciopero, raggiungevano un accordo con l’Amministrazione comunale, proprio poche ore dopo quell’improvvido articolo di Revelli.
Lo sciopero di Genova del dicembre del 1900 s’inserisce nella stagione delle lotte sociali del principio del XX secolo: una straordinaria stagione che permise alle classi lavoratici di questo Paese di scoprire la loro forza nella rinnovata unità e la possibilità per le loro rivendicazioni di trovare riconoscimento. Bertolucci immortala quelle lotte in alcune sequenze del suo Novecento, fra lo schiamazzo di mucche lasciate prive della mungitura e il divertimento dei padroni che a sfottò dei lavoratori in sciopero, si adoperano a falciare e trebbiare.
«Genova è la scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia», ricorda Revelli sul Manifesto. Ai due capi estremi del “secolo del lavoro”, le lingue si parlano. E lanciano segnali di vita, proclama. Eppure Revelli dovrebbe sapere che dopo quella stagione di lotte e di originarie conquiste sociali non venne la rivoluzione, non s’instaurò il Socialismo, venne la Prima Guerra mondiale con tutta una generazione mandata a morire sul Carso e sul Pasubio. E subito dopo, all’affacciarsi della crisi economica che seguì la fine delle ostilità, arrivò il Fascismo.

Il nostro Paese oggi è solcato da pulsioni radicali. E anche Sinistra Ecologia Libertà pare talvolta non del tutto immune a questi richiami. La crisi economica ha lasciato protesta e risentimento. Ma in politica chi cavalca la protesta e il risentimento, ottiene solo protesta e risentimento. L’azione quotidiana del M5S in Parlamento tanto sguaiata quanto inconcludente, ce lo ricorda. La Democrazia è un organismo delicato e la nostra non fa certo eccezione. Siamo stati in grado di superare ben altre divisioni e la stagione del terrorismo, solo con quella grande unità che ci veniva dalla Guerra di Liberazione e dalle libertà costituzionali, e che accomunava la parte più sana d’Italia, “la meglio gioventù”. Oggi, al contrario, la crisi economica più devastante di sempre coglie il nostro Paese impreparato, preda di divisioni profonde, metà della forza lavoro giovane senza prospettive, la scuola privata per decenni degli investimenti, il welfare demolito, le massime Istituzioni messe alla berlina, e alcune forze politiche, a cominciare dal Movimento fondato da Beppe Grillo, in balia di un raptus distruttivo verso tutto e tutti. Ma una cosa è la contesa politica, altra cosa il rispetto che dovremmo sempre alle Istituzioni. Potremo superare questi anni difficili solo se saremo uniti e ancora fiduciosi nelle capacità che ha questo Paese di risollevarsi dalle sue stagioni più buie. Quelle immagini avventatamente appese in un caffè del centro, ci rivelano che non siamo ancora immuni dal mito del condottiero a cui votarsi, a cui sacrificare la propria volontà. Non dovremmo mai dare per scontata la Democrazia e le sue libertà.