La Democrazia spiegata ai bambini

E’ uno di quegli inviti che non t’aspetti, gli impegni di un deputato sono altri: l’Aula, i progetti di legge su cui confrontarsi, le Commissioni. E poi, fuori dal Palazzo, le riunioni politiche, gli eventi istituzionali, stampa, televisione… Andare a parlare a una scuola invece, di questi tempi d’antipolitica, è diventato più inusuale. A una Quinta elementare poi…!
E’ una bella giornata di sole, le colline moreniche intorno al Garda sorridono in questa lunga agonia dell’estate che vorrebbe essere autunno. Mentre mi avvicino alla scuola, sento le urla dei bambini intenti alla loro ricreazione. L’edificio è immerso nel verde e penso subito che devono essere bambini fortunati. Mi accolgono con curiosità, come fossi uno strano insetto da studiare. Qualcuno, tutto serio, mi saluta sfoggiando l’appellativo di “onorevole”, con l’aria di uno che ne sa più degli altri. Li tranquillizzo subito: «potete darmi del tu e potete interrompermi in qualsiasi momento per farmi le domande». Di lì a poco scoprirò quanto sono capaci di prendermi alla lettera…
D’accordo con l’insegnante, trascorriamo la prima ora nella sala d’informatica. L’introduzione è scontata: l’unità del Paese, i Poteri dello Stato, lo scopo del Parlamento, il ruolo dei Partiti politici. Ovviamente con parole semplici, comprensibili a bambini di quell’età. Mi collego al sito della Camera e proietto loro le fotografie più belle, più evocative del Palazzo: piazza Montecitorio, l’Aula, gli scranni, la strumentazione per il voto, il transatlantico, le Commissioni, la Presidente Boldrini. Qualcuno guarda affascinato, qualcun altro pare più distratto, in genere mi paiono abbastanza interessati. Le domande fioccano e faccio fatica a rispondere a tutti.
Ci spostiamo in aula con l’idea di simulare i lavori parlamentari. La maestra ha accettato subito quando l’ho proposto, ma né io né lei sappiamo come andrà questo esperimento.
Immaginiamo che si siano già svolte le elezioni e che in Aula sieda una Maggioranza che ha vinto su un programma che… prevede che il sabato non si fa scuola e che le lezioni non debbano essere troppo impegnative.
Per prima cosa viene eletto il Presidente della Camera. Sarà per l’impressione suscitata dalla Boldrini, ma effettivamente anche qui prevale una donna: una bambina che, dopo qualche perplessità iniziale, armata di campanello, riuscirà a presiedere egregiamente i lavori d’aula.
Si passa poi alla formazione del Governo e qui la prima sorpresa: la Maggioranza uscita dalle elezioni non trova la quadra e viene eletto Presidente del consiglio il candidato espressione della Minoranza! Il nuovo Presidente del Consiglio è il bambino che vanta ogni classe, quello con la dialettica spigliata, il grembiule in ordine, i capelli pettinati. La candidata della ex-Maggioranza, la sconfitta, era ugualmente spigliata, ma con modi più genuini e un sorriso disarmante. Osservo incuriosito il mini-ribaltone e mi domando che lettura dare.
Dopo la fiducia, entriamo nel vivo dei lavori parlamentari: all’ordine del giorno la proposta di legge di un alunno-deputato, che prevede l’allungamento della ricreazione. Inizia la discussione generale. La Presidente dà la parola. Sono rapito dalla naturalezza con cui si succedono gli oratori per i loro mini-interventi. Passiamo quindi alla fase emendativa, e fra i vari emendamenti tutti bocciati, viene approvato l’emendamento che prevede l’estensione a 90 minuti della ricreazione e la possibilità di portarsi da casa i giocattoli! Un altro emendamento approvato permette di portare da casa pure i giochi elettronici! Ma a questo punto prende la parola il Presidente del consiglio che serio e compito richiama la propria Maggioranza, ricordando il programma austero per cui è stato eletto: scuola anche il sabato e più impegno durante le lezioni. Viene immediatamente presentata la mozione di sfiducia.
Approviamo la proposta di legge in tempo per poter assistere anche alla caduta del Governo e alla formazione di una nuova Maggioranza.
I bambini vorrebbero continuare, ma l’insegnante deve ricordare che la lezione è terminata e il pulman attende. Li saluto. Tuttavia prima di lasciarli mi soffermo sul significato di quello strano appellativo, “onorevole”, e spiego loro quello che anche a me fu insegnato a scuola: erano i giorni del rapimento Moro e nella drammaticità di quelle ore, fuori da ogni retorica, l’insegnante ci spiegò che i deputati si chiamano “onorevoli” perché eletti dal popolo, e solo per questo. Mi lascio indietro la scuola immersa nel verde delle colline moreniche, immaginando che un domani, chissà, forse uno di quei bambini sarà chiamato a spiegare ad altri bambini il significato della parola “onorevole”.