Ghedi: l’atomica nel giardino di casa dei bresciani

La differenza tra il film The Day After, del 1983, e il film The Day After Tomorrow, del 2004, sta tutta in una sola parola e in quei vent’anni in cui le paure per la fine violenta della nostra civiltà, si sono trasferite dall’olocausto del conflitto nucleare, ai mutamenti climatici.
Il primo film, The Day After, narra l’incubo dei sopravvissuti al conflitto atomico, in un ipotetico giorno dopo: una Terra divenuta improvvisamente inospitale, dove l’umanità superstite si aggira avvelenata dalle radiazioni, senza più speranze, senza più punti di riferimento.
Nella seconda pellicola, The Day After Tomorrow, la minaccia viene dal mutamento climatico, che la fantasia dello sceneggiatore legge come evento istantaneo e catastrofico. Il finale votato all’ottimismo, in cui l’umanità superstite decide di ricostruire il proprio futuro nell’emisfero meridionale del Pianeta ancora abitabile, in un rinnovato rapporto d’amicizia tra le nazioni, rende The Day After Tomorrow un avvincente film di fantascienza, capace anche di far riflettere lo spettatore sul dramma del global warming, ma nulla di più.
The Day After, invece, di fantascientifico non aveva proprio nulla. Arriva nelle sale italiane nel 1984, dopo lo scalpore suscitato negli USA, quando la parabola della presidenza Reagan è ancora al culmine. La RAI lo manda in televisione dopo pochi mesi, e improvvisamente il dibattito sulla corsa atomica di quelle che allora si chiamavano “Superpotenze”, non è più esclusiva dei militanti di Sinistra o dell’attivismo dei movimenti pacifisti o dei settori più avanzati del cattolicesimo, per diventare argomento di discussione comune, problema ormai ineludibile.
Di lì a poco la Perestrojka, la fine della Guerra fredda, mettono la sordina a questo dibattito, che perde rapidamente la prima pagina dei giornali. Oggi, effettivamente, dopo l’attacco alle Torri gemelle, il pericolo pare provenire dal terrorismo internazionale. E poi, come dicevo, c’è il mutamento climatico con le sue incognite. Eppure le testate atomiche sono ancora lì, dove sono state installate decenni orsono, e non sono stati certo i Trattati internazionali che nel tempo si sono succeduti, e ne hanno ridotto il numero, a ridurre il problema. Secondo le stime gli Stati Uniti e quella che nel frattempo è diventata la Federazione russa, possiedono ancora, a testa, non meno di 10.000 ordigni atomici. Semmai l’affacciarsi di nuove potenze atomiche, non solo la Cina, ma anche India e Pakistan, Israele, l’imprevedibile Corea del Nord, forse l’Iran, e lo stesso pericolo che l’atomica possa cadere nelle mani del terrorismo internazionale, consegnano al problema profili ancora più inquietanti. Non se ne parla più, ma abbiamo sostituito due superpotenze nucleari, con tante potenze internazionali, piccole o grandi, spesso estranee a trattati e accordi, e aliene ad ogni controllo internazionale.
Lunedì 14 ottobre, una delegazione di deputati di Sinistra Ecologia Libertà visiterà l’aeroporto militare di Ghedi, che fa parte da tempo del programma nucleare della NATO e dove è noto che sono custodite un numero imprecisato di testate nucleari: 20, forse 40 atomiche di potenza variabile, la cui presenza gli Stati Uniti non hanno mai smentito e di cui c’è traccia in qualche documento pubblico della Casa Bianca. Per i bresciani si tratta dell’atomica nel giardino di casa. Non ci illudiamo che le testate atomiche ci vengano mostrate, come fossero i quadri più pregiati di un’importante pinacoteca. E tuttavia porremo ai responsabili della base quesiti precisi e circostanziati, perché a dispetto delle tante domande sull’aeroporto militare da sempre inevase, i cittadini hanno almeno il diritto di conoscere la verità e i rischi cui sono sottoposti. L’elusione delle domande o il silenzio imbarazzato dei responsabili, che in visite analoghe abbiamo riscontrato, rappresentano già risposte eloquenti.
All’indomani della proiezione di The Day After in Italia, quando alto si fece il dibattito, gli esperti all’unanimità ci ammonirono che la descrizione che la pellicola faceva delle terribili sofferenze dei superstiti, il loro destino atroce, le distruzioni apocalittiche, non rappresentavano che un’immagine minimale e ottimista di quello che avrebbe realmente atteso l’umanità in caso di conflitto nucleare: il giorno dopo il conflitto non ci sarebbe stato un giorno dopo per l’umanità. Questa semplice constatazione rimane un insegnamento ancora attuale.