Saluto al Convegno “Religioni, dialogo, integrazione”

La Sapienza, 17 giugno 2013

Aula Odeion, Facoltà di Lettere e Filosofia

Convegno

Religioni, dialogo, integrazione

presentazione del Vademecum a cura del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione

Dipartimento Centrale degli affari dei Culti del Ministero dell’Interno

Grazie, un breve saluto e un ringraziamento per questa iniziativa. Devo dire che sono contento di essere qui da persona che fa politica – non mi definisco “politico” – da persona che fa politica e non da “tecnico”, perché questo mi dà una certa libertà nel parlare, nel fare valutazioni. Contento anche in considerazione della mia provenienza: avendo fatto politica sul territorio fino a qualche settimana fa, in quella provincia di Brescia dove il dialogo fra culture, fra religioni, fa ancora molta fatica a decollare. Mi spiace, per esempio, il fatto che non sia stato, che in questo programma che è stato esposto stamani, non sia stato ricompreso il territorio di Brescia – ma spero che potrà essere esteso –: la collaborazione fra prefetti intendo. Ma penso, ripeto, che si potrà fare.

Sono importanti le cose che sono state dette quest’oggi: è importante la dimensione religiosa nel dialogo fra culture. Questo mi pare scontato. A me piace sempre ricordare una frase di un autore che amo molto, Márquez, – anche se sinceramente non ricordo più il romanzo – che dice che una persona comincia ad appartenere alla terra in cui si trova a vivere, in cui la vita l’ha condotto, nel momento in cui seppellisce in quella terra un caro, un familiare, un amico a cui è particolarmente legato. Sappiamo bene quanto questo abbia a che fare con i riti religiosi, le ritualità delle differenti religioni, i riti funebri. Capite che se una persona comincia  a far parte di una comunità, di una terra, decide che da quella terra non si sposterà più, che è la sua terra d’elezione, nel momento in cui celebra un funerale per un congiunto, capite anche da questo punto di vista, che valore abbia la dimensione religiosa nel dialogo fra le culture. E nel momento in cui quella persona si fa, si sente parte di quella terra. Lo dico pensando al fatto che spesso le difficoltà nel dialogo fra culture non sono soltanto nell’ottica di chi riceve la cultura nuova – una dimensione che noi evidentemente conosciamo meglio – ma anche nell’ottica opposta, nell’ottica di chi si trova a vivere in una terra nuova, in una cultura nuova, e che spesso è portato, per problemi locali, per difficoltà d’integrazione, è portato a crearsi un’enclave propria. Ed è questo che noi dobbiamo assolutamente evitare.

L’iniziativa di questa mattina è importante perché mi pare di capire che – ma è quasi scontato – che la società italiana è molto più avanti rispetto alla dimensione normativa. E questo a dispetto un po’ di tutte le pseudo-culture leghiste, padane – avete capito bene che io non mi ascrivo a quella pseudo-cultura – che hanno voluto dare del nostro Paese un’immagine diversa dal reale, anche al nord. Lo dicevo in un’intervista qualche settimana fa: il nostro Paese è un Paese di persone che sanno cos’è l’accoglienza; il nostro Paese è un paese fortemente intriso di cultura mediterranea, dove l’ospitalità è una dimensione fondamentale. Chi ha voluto, in questi ultimi decenni, dare un’immagine diversa dal reale del nostro Paese, ha dato un’immagine sbagliata: una sovrastruttura che non esiste veramente fra i cittadini, nella società italiana.

Dicevo dello iato, della frattura che esiste fra la dimensione culturale, sociale, ormai matura – ripeto: l’iniziativa di questa mattina lo dimostra – e la dimensione normativa. Abbiamo ancora una norma che attende di essere riformata, e di essere più rispondente alle esigenze, che sono esigenze nuove, mutate del nostro Paese. Faccio riferimento in primo luogo alla Legge sulla cittadinanza. Qualcosa si sta muovendo all’interno del Governo. Io faccio parte di una forza politica, Sinistra Ecologia Libertà, che non appoggia questo Governo, ma che ritiene, pur dall’opposizione, di dialogare in maniera costruttiva. Ritengo che almeno da questo punto di vista, anche per la presenza di personalità belle, preparate – ho conosciuto il ministro Kyenge quando ancora non era ministro, ed è una bella personalità – ritengo che da questo punto di vista questo Governo possa rispondere alle esigenze che dal territorio, dalla società arrivano proprio sulla questione della cittadinanza. La necessità è quella della certezza del Diritto: dare una risposta al Paese in termini di certezza del Diritto. Queste persone che si trovano in Italia, questi nostri concittadini, figli di migranti extracomunitari, che sono nati e si trovano a vivere nel nostro Paese, devono sapere che a una certa età acquisteranno la cittadinanza. Vogliamo i 18 anni? Ebbene al raggiungimento dei 18 anni acquistano la cittadinanza, e non devono essere sballottati da un ufficio all’altro!

Gillio, che ringrazio per questa opportunità, mi dice di chiudere. Volevo dire un’ultimissima cosa. Ho apprezzato molto i vari interventi, anche l’ultimo. Mi permetto di dire – è un po’ una provocazione che faccio – che vi è un piccolo iato – piccolo mica tanto – anche all’interno della Comunità cattolica. Chi è intervenuto prima, ha fatto un interessante e breve excursus storico partendo dal Vaticano II fino ai nostri giorni. E’ evidente che, a mio giudizio, qualche passo indietro è stato fatto all’interno della Comunità cattolica. Quando parlo di Comunità cattolica, parlo anche di Autorità cattolica. E’ evidente che la Chiesa degli ultimi anni non è la Chiesa che è uscita dal Vaticano II, la Chiesa di Giovanni XXIII, e anche di Paolo VI. A un certo punto è prevalsa a mio giudizio una dimensione diversa, una dimensione che ha guardato più al modello ecclesiologico – lo dico ripensando a quella libertà che mi sono preso all’inizio del mio intervento, da politico – è prevalsa la lettura ecclesiologica di CL, di don Giussani. Il modello per cui la Chiesa cattolica guarda alle religioni, dialoga con le altre religioni, ma sempre ponendosi per così dire su un piedistallo. La Chiesa che è arrivata a rileggere, seppure con modalità nuove, persino il Nulla salus extra ecclesiam. Nessuna possibilità di dialogo vi può essere con questi presupposti! Ma io sono fiducioso che il nuovo Pontefice, da questo punto di vista, farà cambiare un po’ prospettiva al dialogo interreligioso.

Il nostro impegno, l’impegno che al Prof. Naso, qui presente, confermo, è l’impegno per un intervento normativo che, al di là delle appartenenze politiche, quindi guardando un po’ a tutte le altre forze di maggioranza e di opposizione, permetta di riformare finalmente la materia della libertà religiosa in questo Paese che è ancora ferma alla Legge del ’29, la legge dei “culti ammessi”.