Giornalisti in agguato

L’uscita da Montecitorio è sempre a rischio, in agguato c’è sempre una telecamera curiosa, un obiettivo indiscreto, i soliti giornalisti: alcuni probabilmente accampati fin dall’inaugurazione della Legislatura, non se ne sono più andati via. I giornalisti sono perennemente a caccia dei deputati del M5S da intervistare, i “cittadini”, come si fanno chiamare, non ne hanno mai abbastanza dei loro commenti coloriti e saccenti. Altre volte invece trovi il giornalista che ha tutta una sua tesi da dimostrare: lo capisci subito, ché il tempo che ha a disposizione è limitato e deve uscire subito allo scoperto con la domanda che ha preparato accuratamente.

Esco dunque da Montecitorio, è metà pomeriggio e fa ancora freddo. Ho il trolley al seguito e il passo affrettato di chi deve prendere un treno: 30 minuti per risalire tutta via Del Tritone, in mezzo a nugoli di turisti che sciamano in senso opposto, fino alla stazione della metropolitana di Piazza Barberini, e poi di nuovo giù giù attraverso rampe infinite di scala mobile, nelle viscere di Roma, verso la Stazione Termini dove appunto mi attende un treno.
Avvocato, avvocato, si fermi.
Faccio appena a tempo a intravedere una graziosa giornalista che ammicca con telecamera in agguato.
Ho un treno, mi scusi.
Ma avete tutti quanti il treno, oggi!
Risponde trafelata. Intuisco che il mio look piuttosto funereo deve averla tratta in inganno. Mi ha scambiato per chissà quale principe del foro. La telecamera è più rapida e mi radiografa da capo a piedi mentre cammino sempre in fretta, sempre col pensiero al mio treno.
Avvocato, solo una dichiarazione.
Non sono avvocato.
Il passo è sempre più concitato e mi accorgo che dobbiamo dare uno spettacolo curioso: io affannato col mio trolley e il timore di perdere il treno, la giornalista all’inseguimento, brandendo il microfono come un’arma impropria, la telecamera che lesta e spericolata ci precede.
Avvocato, ma lei continua a fare il suo lavoro?
Ci siamo, ecco la domanda, la tesi da dimostrare: questi politici che vengono a rubare lo stipendio e mantengono pure il proprio lavoro già ben pagato.
Perché mi chiama “avvocato”? Le sembro un avvocato?
Si, perché non lo è?
No.
Il trolley arranca  a fatica verso l’acciottolato di piazza Colonna. Avanziamo tutti e tre come bersaglieri in marcia.
Come? Non è avvocato?
Me lo domanda come fosse un’eresia il fatto che non sia un avvocato: ma come mi permetto di non essere un avvocato!
Ah, ma allora che lavoro fa?
Sono un impiegato.
Ah… un impiegato…
Per un istante rimane interdetta, poi prova ancora a mantenere la linea d’attacco, volenterosa.
E cos’ha scelto: lascia il suo lavoro? O fa due lavori?
Sono in aspettativa.
Sul viso della giornalista si disegna una delusione cosmica. Si arresta all’istante e con lei l’equilibrista che imbraccia la telecamera. All’improvviso non sono più oggetto d’interesse. La giornalista abbozza un grazie, poi torna a cercare un deputato capace di avvalorare la sua tesi. Io continuo la mia marcia verso la Stazione Termini.